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Visualizzazione post con etichetta dolci. Mostra tutti i post
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mercoledì 14 dicembre 2016

Fartaies


Mentre guardo le fotografie sento nel naso il profumo di fritto e in bocca il gusto di questa meraviglia, e mentre scrivo due righe, i pensieri si riavvolgono all'indietro, di ...diciamo...una trentina di anni fa, giusto quelli che mi separano dall'ieri e dall'oggi. Quando, nel lontano ottobre 1986, in un periodo un po' "tormentato" della mia vita, conobbi un ragazzo carino, con una barba che lo faceva sembrare leggermente piu' grande della sua età, che suonava nella mia stessa orchestra, o io nella sua chissà...che per tre mesi di seguito, tra i brindisi e i tormenti di Tosca e di Adriana Lecouvreur, viaggi in pulman per le trasferte per i vari teatri, tra nebbie, applausi, arie, assolo, lacrime, si perchè io mi commuovevo sempre, una tragedia riuscire a suonare, pause, panini al volo, pranzi, pizze, risate, confidenze, è stato un po' il mio "angelo custode", tanto che il settembre dell'anno seguente siamo diventati "per sempre".
Già da appena "nuizi", cioè fidanzati, mi ha portato a Cortina d'Ampezzo, ah si, perchè lui è ampezzano. Ho dei bellissimi ricordi di questo nostro inizio, nella sua terra, le sue montagne che facevano da cornice alla valle, la sua casa appena fuori dal centro, dalla quale si vedeva il campanile della chiesa illuminato di sera, e i tetti delle case, lontano da tutto e da tutti, specialmente durante la stagione turistica, dove i vipssss o quelli che se la tiravano, facevano le vasche avanti e indietro, tra pellicce e gioielli, dove ti capitava di vedere una Marta (Marzotto) o un Barilla o uno Sgarbi, un Christian (De Sica), un Kristian (Ghedina) o altri personaggi del jet set...
D'estate si andava "a fare legna" nel bosco, perchè cosi' erano le "regole", in agosto alla " Fèsta de ra Bàndes" (Festa delle Bande), con la sfilata dei Corpi bandistici che arrivavano dalle valli limitrofe e anche da piu' lontano lungo Corso Italia, nei loro caratteristici costumi, alle sagre dei vari sestieri dove si mangiavano i piatti tipici e poi a dicembre si aspettava San Niccolo'  che arrivava con gli angeli e la gerla piena di doni, disturbato dai diavoli, che facevano veramente paura, con le loro maschere, corpo peloso e catene sbattute sul terreno....e avanti cosi' per anni e anni.....

Cosi' ecco che questo dolce tipico, preparato durante le sagre e le feste, l'ho ambientato in atmosfera natalizia....
Ovviamente lo ha preparato mio marito, visto che è una ricetta della tradizione che non ammette "imitazioni".
Per curiosità sono andata a cercare in rete, e alla parola fartaies, ho visto di quelle robe, che subito mi sono "agitata". E qui divento davvero "esigente" e "cattiva". Se una cosa non la sai fare o la fai male, anzi proprio brutta brutta, non farla o non pubblicarla. O meglio, falla, fino a quando non si avvicina il piu' possibile all'originale, e poi decidi....perchè il web, è l'occhio sul mondo, chiunque puo' farsi un'idea di come puo' essere questa o quella ricetta. E siccome l'Italia e il mondo, sono pieni di ricette della tradizione, è doveroso provarle ma anche non stravolgerle, destrutturarle, "violentarle". Ci sono piatti della tradizione che vanno fatti cosi e basta. Che già hanno le loro "interpretazioni" perchè ogni famiglia ha la sua di tradizione e di segreto. Figuriamoci uno che arriva "da lontano" che si da magari le arie di aver interpretato questo o quello, alla perfezione!
Perchè non si puo' fare la Cassoeula senza verzini "perchè non ti piacciono o non li digerisci", i Pizzoccheri con la mozzarella e senza aglio "perchè se no sono pesanti", la Parmigiana con le melanzane cotte al vapore "perchè sono piu' leggere".....giusto per far capire il mio concetto.
Quindi, se io vedo un "vermicello" sottile di pasta fritta quasi bruciacchiata...ma anche no, grazie!

Qua, la ricetta tramandata da generazioni, ovviamente "ad occhio" perchè cosi' è, ma per l'occasione (e sotto tortura), con gli ingredienti pesati....
Nelle valli ladine è conosciuto con il nome singolare di Furtaia, nella Provincia Autonoma di Trento Straboi mentre nella Baviera, Strauben , che in tedesco (straub), vuol dire tortuoso,arricciato, scompigliato.

Ingredienti
6 uova
la buccia grattugiata di due limoni
½ bustina di lievito per dolci
1 cucchiaio di zucchero a velo
1 bicchierino di grappa o rum
500 g. di farina
250 ml. di latte
Strutto o olio per friggere.

Esecuzione
Sbattete bene le uova, ed aggiungete gli altri ingredienti uno alla volta, mescolate bene fino ad ottenere una pastella morbida. Scaldate abbondante olio in una padella larga e bassa. Prendete un imbuto e riempitelo di composto, tappando il buco sottostante per non farlo scendere, e quando siete pronti, togliete il dito e fate cadere la pastella nell’olio caldo partendo dal centro e muovendo l’imbuto in maniera circolare, dando una forma di spirale alla frittella. Friggete fino a che prende un colore dorato. Asciugate con carta forno in modo da togliere l’olio in eccesso , spolverizzate con zucchero a velo, servire calda accompagnata, se volete, da marmellata di mirtilli rossi.


con questa ricetta partecipo al Giveaway di Simona

Giveaway Di Natale di Batuffolando Ricette

sabato 23 aprile 2016

Lo strüdel "ampezzano"


Fino ad oggi non ci avevo mai pensato. Ma in occasione de La cucina di frontiera per Il Calendario del Cibo Italiano, la cui Ambasciatrice è Marina Bogdanovic, che ci spiega con il suo contributo qui, il significato di questa cucina, con lo Strudel che vi presento, mi è nata una riflessione.
Innanzi tutto, il tema bellissimo, La cucina di frontiera, che non è un dato per rimarcare le frontiere, geografiche, politiche, di fili spinati o muri, ma per far "capire" che tra i popoli confinanti, esiste un bagaglio di sapienza, cultura e tradizioni, che sconfinano appunto, "invadendo". "contaminando" e coinvolgendo pian piano, chi si trova proprio ai confini, per spargersi, con le modifiche magari, fino al prossimo confine....e da li, ancora un incontro, condivisione, contaminazione...senza mai finire, come nella vite senza fine. Perchè i popoli hanno sempre viaggiato, non per turismo come adesso, ma per gli scambi commerciali, motivi religiosi, per trovare lavoro e fortuna.
E anche i matrimoni, oltre ad essere d'amore, almeno quelli non combinati come facevano ai tempi, dove le unioni "importanti" erano già destinate sin dalla culla, e ignote ovviamente ai piccoli neonati, che si ritrovavano in giovine età, promesse spose/i per i giochi di potere e alleanza dei rispettivi genitori, sono una importante fusione di tradizione, cultura, sapienza. Cosi', ripensando al mio, di matrimonio, lo "scopro" sotto una luce diversa...l'unione amorosa della tradizione milanese-mantovana-ampezzana-veneta....e io aggiungerei anche "crucca", visto che Cortina d'Ampezzo, da dove arriva mio marito, è a pochi chilometri da San Candido...e parecchio lontana da Venezia. Quindi lo considero un veneto "crucco"...

Cosi' puo capitare che una ricetta nata in Turchia, varca il confine ed ecco qua... lo Strudel, che in tedesco significa vortice, che tutti conosciamo e che tutti almeno una volta abbiamo assaggiato.
Puo' essere dolce o salato, ma la versione piu' conosciuta è quella dolce a base di mele, pinoli, uvetta e cannella.
Le origini dello strudel partono dall'VIII secolo a.C., ovvero al tempo degli Assiri; simili dolci si ritrovano anche nell'Antica Grecia del III secolo a.C.. Probabilmente, anche grazie alla via della seta la ricetta si è così tanto diffusa andando però a modificare quella originale in diverse varianti: baklava, che seguiva le varie conquiste territoriali ottomane, il güllaç, precursore della baklava, consumato durante il Ramadan per la sua digeribilità, il börek, anche questo di origine turca, ripieno pero' di carne, formaggio, spinaci, e lo strudel.
Dal 1526 il sultano Solimano il Magnifico avrebbe diffuso la sua ricetta nei territori conquistati, ovvero fino all'Ungheria. I continui contatti tra l'impero ottomanno e quello austriaco fecero si che anche la ricetta dello strudel passasse i confini. Nel 1699 l'impero Austriaco conquistò l'Ungheria e dal 1867 all'impero austro-ungarico e quindi nel regno delle Tre Venezie.
Ecco perchè in Italia, tradizionalmente viene preparato nei territori un tempo compresi nell'Impero, principalmente Alto Adige, Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Ogni luogo ha poi la sua ricetta: con la pasta frolla, con pasta da strudel tradizionale, sottile o con pasta sfoglia.
La ricetta "ampezzana" di mio marito, è quella che vi presento. Non tanto perchè esiste lo Strudel ampezzano, ma perchè come dicevo prima, i matrimoni, fan si che si uniscano anche le tradizioni di famiglia. E una volta entrate nel vortice delle "ricette di famiglia", quelle che cascasse il mondo, va fatta cosi' perchè cosi' me l'hanno insegnata, anche io "difendo" a spada tratta questa "mia" versione.
Ricette di famiglia nate con quello che di poco c'era in casa, nate per caso, per sbaglio, volutamente per non buttare via niente...
Ecco perchè mi sento di "difendere" cio' che mi è stato tramandato, senza cambiare una virgola o ingrediente, in un mondo dove a volte per "stupire" creano delle rivisitazioni che per piacere anche no!
Ecco perchè lo strudel che vedo nelle pasticcerie o panifici, non lo considero il "vero" strudel, e nemmeno lo compero! Qualcuno penserà che sbaglio, ma per me, quello "vero", è quello preparato da mio marito, che lo ha imparato dalla mamma e dalla nonna, che a loro volta lo hanno imparato dalla loro mamma e nonna ecc....in un filo indissolubile che se ne nessuno lo interrompe, è senza fine. Come la vite di vinciana memoria!
Una specie di "imprinting gastronomico". Ah si, che cosa ha di "diverso" questo strudel? Che non è preparato con la sfoglia, o con la pasta da strudel tradizionale, che rimangono mollicce, umide, si spaccano, ma con la "pasta pane", che da una consistenza piu' compatta, rimane comunque morbido, e resiste all'abbondante ripieno che li riempie. Piu' "rustico" e soddisfacente al palato, insomma, si sente qualcosa di concreto e consistente sotto ai denti. Il mio primo strudel che ho assaggiato da fidanzati, me lo ha preparato cosi'. Cosi' lo voglio per tutta la vita.

Quindi un grazie di cuore, a colui che me lo ha fatto conoscere, e che in questa occasione, si è messo all'opera per me. Ma soprattutto doppio grazie, perchè come per tutte le ricette di famiglia, quelle consolidate nel tempo, che si "sentono" sotto le mani, i cavalli di battaglia, quelle che si fanno ad occhi chiusi, non esistono dosi o bilance. Tutto ad occhio perchè "è cosi'"...quindi, dopo averlo "minacciato", sono riuscita a fargli scrivere le dosi esatte e soprattutto di ricordarsi di scattare anche le fotografie! Ed era talmente "preoccupato" di dimenticarsi qualcosa che....si è davvero dimenticato di aggiungere la cannella nel ripieno! Cosi' l'ha spolverizzata sulla superficie. Per questo ha questo colore scuro! Era cosi' mortificato, che lo voleva rifare!!!

Ingredienti
500 g farina bianca
    4 uova + 1
un pizzico di sale
1/2 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
100 g di burro
    4 mele renette (meglio se quelle "vecchie")
250 g fichi secchi
150 g uvetta
  70 g  pinoli
2 cucchiai di zucchero
1 bicchierino di grappa
400 g marmellata (mirtilli o secondo i gusti)
cannella q.b.
rum q.b.
pane grattugiato q.b.

Esecuzione
Mettete a bagno l'uvetta con il rum. Tagliate le mele a cubetti e i fichi in quattro.
Su un piano da lavoro, versate la farina e fate la fontana al centro. Sgusciate le uova, il sale, lo zucchero, la grappa, la vanillina, il lievito e con la forchetta cominciate ad amalgamare gli ingredienti. Quando sono amalgamati, Aggiungete il burro fuso o a temperatura ambiente e cominciate ad amalgamarlo al resto degli ingredienti e pian piano raccogliere la farina. Utilizzando le mani, cominciate a impastare fino a quando non si sarà ottenuto un panetto morbido ma compatto.
Versate un po' di farina sulla spianatoia e stendete l'impasto in un disco non troppo sottile di 50 cm di diametro circa (o di meno, con meno ripieno,il risultato sarà con la pasta piu' "alta").
Stendete la marmellata e adagiatevi le mele, uvetta strizzata, i fichi, la cannella. Spolverizzate con una manciata di pane grattugiato. Arrotolate il tutto facendo attenzione a non rompere la pasta (o lo arrotolate in un unico senso, oppure prima un lato e poi l'altro, congiungendoli al centro.
Imburrate la piastra del forno, cospargetela di pane grattugiato e adagiate delicatamente lo strudel. Spennellatelo con l'uovo sbattuto e infornate a 180° per 40 minuti o fino a quando la superficie sarà dorata.


Ecco l'interno ricco dello strudel di famiglia...



Lo Strudel per La cucina di frontiera - Calendario del Cibo Italiano - AIFB

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mercoledì 23 settembre 2015

Le Croissant sfogliati per la sfida n. 50 dell' Mtc



Dopo la pausa estiva ecco che ritorna alla grande la sfida del "gioco" piu' partecipativo e coinvolgente del web! Per la sfida n. 50 dell' Mtc, del quale festeggiamo "l'Anno Giubilare" con tante novità e un prossimo incontro dove potremo guardarci finalmente negli occhi e sentire il suono delle nostre voci, anche se qualcuno di noi si conosce già e ha proferito parole e sguardi, la vincitrice della sfida ormai lontana di giugno,  Luisa Jane Rusconi del blog  Rise of the Sourdough Preacher, dopo questi mesi di "silenzio"..."punzecchiature"...di "ho finalmente la ricetta".....ecco che se ne viene fuori bella bella con questa proposta! E quando abbiamo realizzato che cosa ci veniva richiesto di fare, un coro di amabili e innocenti "te possino" si è levato da ogni abitazione delle e dei partecipanti.....

Il panico iniziale ha lasciato il posto al "dai che ce la faccio anche questa volta", per poi farmi ripiombare di nuovo in un pantano di se e ma....il tempo che manca, la dieta che dovrei iniziare, la difficoltà della ricetta, mila mila impegni.....tant'é che sono proprio arrivata all'ultimo momento.
Il risultato non è proprio come avrei voluto che fosse, ma per la serie "buona la prima", mi e ci siamo dovuti "accontentare" di questa sfornata.
Anche perchè l'inizio non è stato proprio dei piu' promettenti. Sulle note di Romeo e Giulietta di Prokofiev, alle 5.30 di mattina, dopo aver letto e riletto la ricetta non so quante volte, preparato gli ingredienti bene in vista e pesati, al posto di mettere il poco burro che necessitava nell'impasto iniziale, ho messo tutto quello che serviva per la sfogliatura. Panicoooo!! Per fortuna avevo altro burro in casa per fare almeno l'impasto di nuovo! Calcolati i tempi di riposo, corri a fare la spesa, ricompra il burro, comincia a sfogliare, riposi, di nuovo sfogliare, cena con gli amici, abbandona la cena e corri a casa a piedi (non sono molto distanti da casa nostra), mentre il pesce cuoce nel forno, verifica lo stato di lievitazione, ritorna dagli amici, finisci la cena, ritorna a casa e fai cuocere i croissant, insomma, alla una di mattina ero ancora li' che giravo per casa!

E al mattino dopo, la sorpresa, nell'aprire queste dorate delizie, che non erano proprio sfogliatissime come avrei voluto...va bè....ci ho provato. Il gusto è buono. Ci si riproverà in altri momenti meno vorticosi, senza distrazioni, con piu' calma....

Comunque, dal momento che la ricetta è collaudata alla grande da Luisa, e anche le altre partecipanti hanno sfornato delle autentiche meraviglie, state tranquilli che se seguite passo dopo passo il procedimento  riportato qui, il successo è davvero garantito!

Croissants
x circa 12 croissants

400 g farina 00, W300-330 meglio, se non possibile W350
220 ml latte
40 g burro ammorbidito a temperatura ambiente
30 g zucchero
4 g lievito di birra istantaneo
9 g sale
4 g aceto di vino bianco

200 g burro per sfogliatura


Quindi, ringraziando la Dani, che ci ha creato questo fantastico riassunto dei passaggi..............


..........passo a pubblicare le fotografie dei miei di passaggi e del risultato finale.....

il momento magico delle pieghe....

della creazione......

dell'ammirazione.....

della degustazione......

e con questa ricetta partecipo alla sfida di settembre n. 50


sabato 9 maggio 2015

Torta paradiso (o Torta Vigoni)



Di sicuro questa soffice torta ha allietato le merende di molti di noi. Quando i tempi erano come dilatati, non come adesso che è tutto una corsa contro il tempo, persino le merende, prese al volo, confezionate, che per quanto buone possano essere, io direi "comode" soprattutto, non hanno il sapore e il calore di quelle preparate dalle nostre nonne, mamme e zie...
Di sicuro ha allietato le mie di merende. Lasciati i giochi da cortile, (il gioco dell'elastico, il salto alla corda, il mondo, ce l'hai, rialzo, nascondino, figurine.....)  vestita con abiti "comodi per il gioco", al "richiamo" della mamma o della nonna che dal balcone chiamavano per la merenda, salivamo di corsa le scale, una rapida lavata di mani che colorava di nero gli asciugamani, e subito ci avventavamo sulle fette di torta ricoperte di candido zucchero a velo, che se per sbaglio ti entrava nel naso ti faceva tossire fino alle lacrime! E poi giu' di nuovo di corsa, con le tracce di zucchero a velo sulle magliette e appagati da tanta bontà.
O se capitava di andare a casa della nonna o qualche zia o conoscente in un giorno di festa, in abiti "giusti", elegante, con le scarpe di vernice tassativamente nere, magari abbellite con un piccolo fiocco di raso lucido od opaco e i calzini traforati fatti dalla mamma che lavorava il cotone con 4 ferri da calza, bella pettinata, allora ti avventavi con cautela alla fetta di torta, anzi ti avvicinavi quasi timorosa di sporcarti il vestito della festa, quindi assumevi una posa strana, protesa in avanti tu e la tua fetta di torta, il piu' lontano possibile dal vestito. Con l'eleganza di un'educanda! E se andavi fuori a giocare, le raccomandazioni della mamma ti accompagnavano per tutto il tempo, "Attenta a non sporcarti"....

Quanto tempo è passato da quelle merende. Per quanto mi riguarda, questa torta è legata a questi ricordi, e spero che anche mia figlia li riserbi nella sua mente e nel suo cuore, visto che ho sempre cercato di allietare le sue merende con torte fatte in casa.
E oggi ho utilizzato prodotti "genuini" perchè il tuffo nel passato fosse piu' "passato" possibile....il burro di una malga della Valchiavenna, le uova di una cascina vicina a casa nostra, la farina del mulino di Teglio, il limone omaggiato da una conoscente della Costiera Amalfitana.....e tanto tanto amore....

Ma quali sono le origini di questo soffice dolce?
La Torta Paradiso nasce a Pavia nel laboratorio di pasticceria di Enrico Vigoni sul finire dell’Ottocento. Si dice che dopo svariati esperimenti, fatta assaggiare ad una nobildonna, quest’ultima d’istinto esclamasse: “Questa torta è un paradiso!”.
Un'altra leggenda tramandata da generazioni narra che un frate erborista della Certosa per cercare tarassaco e angelica arcangelica violava  la Regola, varcando il recinto. Pare addirittura che incontrasse una sposina di Parona che generosamente gli fece assaggiare quella torta. Trovatala eccellente, il frate tornò ad incontrare la sposa per avere la ricetta, ma il Priore insospettito dalle frequenti assenze lo rinchiuse entro le mura del monastero. In ricordo della soave fanciulla, il frate costretto in cattività si dedicò alla preparazione della torta, che tanto piacque ai confratelli e fu battezzata “Torta Paradiso”.

Quale sia leggenda e quale sia verità poco importa, il fatto è che Enrico Vigoni seppe sfruttare i prodotti locali facilmente reperibili nelle campagne pavesi, quali zucchero, uova, farina, burro e fecola di patate, per creare un dolce che fosse semplice e avesse la durata di un paio di mesi, nonostante non esistessero i mezzi di conservazione e i conservanti di oggi. Quindi divenne il simbolo di Pavia e un “classico” della pasticceria italiana.
Nonostante l'alto contenuto di burro è leggera e soffice. Da gustare "in purezza" o abbinata ad un té o un calice di vino passito o un moscato.

  60 g di farina
  60 g di fecola di patate
125 g di burro
125 g di zucchero
    2 uova
1/2 bustina di lievito
la buccia grattugiata di un limone.
Lavorate con un mixer il burro con lo zucchero e la buccia di limone fino ad ottenere un composto omogeneo, unite quindi i tuorli e continuare a lavorarli fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungete la farina e la fecola setacciate, poi incorporate molto delicatamente gli albumi montati a neve.
Infornate in una teglia da 20 cm, a 180 gradi, per 50 minuti circa, controllando la cottura con uno stuzzicadenti infilato nella torta, che deve fuoriuscire asciutto.



sabato 7 febbraio 2015

Il castagnaccio


Oggi vi invito a fare un tuffo nel passato...perlomeno tutte le persone "datate" ma giovani dentro, che si ricordano di questo strano, originale, stravagante, curioso, personaggio che abitava a Villa Villacolle e che di nome faceva Pippilotta Virtuaria Rogaldinia Succiamenta Efrasilla Calzelunghe, per tutti Pippi Calzelunghe, piombata improvvisamente nella tranquilla cittadina svedese di Visby (nell'isola di Gotland) che va a vivere da sola in quella casa color verde e rosa pastello in compagnia di un cavallo bianco a pois neri, che lei chiama zietto e di una scimmietta, signor Nilsson. Tutti sono attratti dalla sua discutibile presenza in particolare quella di due bambini, Tommy ed Annika di dieci anni, che incuriositi accedono di soppiatto all'interno della villa e trovano una bambina loro coetanea, che si sta riposando con la testa ai piedi del letto e i piedi, che indossano scarpe piu' grandi di almeno 5 numeri, sul cuscino. I bambini fanno presto amicizia con la simpatica inquilina della villa e scopriranno presto che tiene in casa una grossa borsa con monete antiche di inestimabile valore, frutto a suo dire dei tesori misteriosi trovati dal padre, pirata nei mari del Sud. Essa inoltre è dotata di una forza sovrumana, ai limiti del paranormale, che subito metterà in atto alzando di peso il suo cavallo e facendo lo stesso con l'auto dei due malcapitati poliziotti, che dopo la soffiata avuta da zia Prysselius, vorrebbero farla sloggiare dalla villa.
Ma perchè vi parlo di Pippi? Perchè tutto questo è legato al contest lanciato da Elisa del blog Il fior di cappero ed Enrica del blog Coccola Time e già il nome induce alla riflessione e alla calma....
 E cosi' come capita quando si dice "pensa alla statua della Libertà senza che ti compaia davanti agli occhi", esempio applicabile a qualsiasi oggetto o monumento...ecco che solo a nominarla, nella mia mente è scattata la famosa canzoncina "Ecco sono qui, Pippi Calzelunghe cosi' mi chiamo, credo proprio che una come me non c'è stata mai"....Ricordo che da piccola mi guardavo il film. Erano gli anni '70, e alla televisione trasmettevano film e serie televisive del calibro I ragazzi di padre Tobia, Rin Tin Tin, Zorro, Gli Antenati, Mister Magoo, Barbapapà e tanti altri a seguire nel tempo.... 

Un contest che invita a fermarsi e a pensare alle bambine che siamo state, ai cibi confortevoli che ci hanno "confortato", quelli di paesi stranieri, o ispirati appunto da questo libro...

Cosi', tornando indietro nel tempo mi viene in mente il Castagnaccio. Piatto povero nel vero senso della parola, dal momento che le popolazioni contadine dell'Appennino avevano come base dell'alimentazione le castagne. 
E per me, pur senza essere una povera contadina dell'Appennino, quando la mamma ci preparava questo dolce, era una grande festa! La mamma, di origini contadine mantovana, conosceva il significato del lavoro, del sacrificio, delle rinunce, del correre e del rispetto del tempo. E la nostra infanzia (mia e di mio fratellino) è stata improntata su principi molto schietti e quasi "rudi". Niente fronzoli, niente superficialità, niente che potesse essere inutile. Pur non facendoci mancare niente di quello che potevano permettersi i nostri genitori, avevamo lo stretto indispensabile. La nostra infanzia è stata infanzia. Punto. Fino a quando abbiamo abitato fuori Milano, i miei giochi erano fatti di corse nei prati, nascondino nei campi di pannocchie, di capanne costruite tra gli alberi, piste di macchinine e gare di biglie con i miei compagni di scuola. Poi una volta arrivata in città, ho dovuto fare i conti con una realtà diversa e l'arrivo di un nuovo fratellino. Non c'erano piu' quegli spazi aperti e gare di biglie o capanne..c'erano alcune compagne di scuola con abiti e scarpe "alla moda", io che avevo a volte gli abiti donati dalle signore presso le quali mia mamma faceva le pulizie. E che si vedeva che non erano miei, perchè non vestivano come avrebbero dovuto vestire. A volte un po' troppo "da grande". Oppure rimessi in forma da uno zio sarto. Perchè il vestito nuovo, cosi come capitava per qualsiasi cosa che serviva, arrivava solo a Natale. E forse nemmeno quello che avevamo desiderato e scritto nella letterina spedita al Caro Gesu' Bambino Via del Cielo n. 1...Guardavo gli album delle figurine, le Barbie, i Ciccio Bello che non ho mai avuto e che nelle mani degli altri mi sembravano irraggiungibili. Ho imparato fin da piccola (10 anni) a badare ai miei fratelli, di cinque e un anno, mentre i miei genitori erano al lavoro, quindi, dopo la scuola, anzichè andare a giocare, stavo con loro, facevo i compiti, facevamo la merenda, ci litigavamo. Ma nonostante tutto, pur non essendo come oggi, l'epoca dei cellulari, dei computer, della Wii, delle macchine digitali e di altre modernità tecnologiche, siamo cresciuti in modo dignitoso e "pulito". Che quasi quasi ci ritornerei davvero indietro, solo per rivivere i pochi momenti spensierati. ad esempio quelli passati in colonia o in montagna con i nonni o nei giorni di festa alle grandi tavolate che ci riunivano.
Perchè in mezzo a tutto questo "niente", c'erano da vivere anche le liti quotidiane che mi/ci hanno devastato l'anima. Perchè in nome dei figli e di quello che dice la gente, non ci si separava, anche se sarebbe stato meglio. Perchè certe ferite lasciano un segno indelebile. 
Perchè poi un bel giorno il passato ritorna e ti presenta il conto. E tu sei in bilico tra lo scegliere tra quello che hai o non hai ricevuto e quello che ti chiedono di dare ora in cambio. E alla fine ti ritrovi a un punto, quasi inconsapevole di averla fatta quella scelta. Quasi come se non avessi davvero scelto tu, ma si fosse autoinvitata nella tua vita, stravolgendone il ritmo. E ti ritrovi a dialogare con quel padre che ti ha tanto ferito, e che quando eri tanto grande, ormai sposata,  quasi inutilmente se n'è andato via. Che non ha condiviso gioie e dolori, successi e insuccessi. Che non ha mai conosciuto le quattro nipoti che nel frattempo sono nate dai figli che ha abbandonato. E che ora è vecchio, solo, nel letto di un ricovero, con le gambe amputate per la malattia. E cerchi un qualcosa nel suo sguardo grigio/azzurro, per leggere un briciolo di bene e di tenerezza, che non ricordi di aver mai avuto, quando era logico e naturale che ci fosse. E nonostante tutto sei li davanti a lui, con una miriade di pensieri e stati d'animo. E quando te ne ritorni a casa, ti saluta con un bacio e con la solita frase "ti voglio bene"....e se la prima volta che l'hai udita ti ha frantumato il cuore, col passare del tempo hai scoperto che la dice a tutti....e allora il cuore ti si ricompone un po' , e comunque un piccolo sorriso ti increspa le labbra. In fin dei conti che male c'è a illudersi che la dica solo a te?!

E tra tutte le merende della mia infanzia, il semplicissimo pane burro e zucchero, pane burro e marmellata, pane mascarpone e zucchero, tuorlo sbattuto, questo castagnaccio morbido, profumato, caldo, rustico ma che addolcisce il cuore è uno dei dolci confortevoli che nonostante tutto, mi fa venire voglia di ritornare piccina. 

E come tutti i piatti del ricordo, le dosi non sono proprio pesate ma..."ad occhio"...perchè si "sente e si vede" quando è giusto e pronto un impasto....

Ingredienti
500 g Farina di castagne 
latte e/o acqua q.b. 
100 g uvetta
100 g pinoli
1 rametto di rosmarino  (facoltativo)
5 g Sale fino
Olio di oliva ( io Olio Dante )

Esecuzione
Mescolate la farina di castagne con latte e acqua, o solo latte o solo acqua, in base ai gusti, fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo senza grumi. Aggiungete i pinoli e l'uvetta ammollata nell'acqua e asciugata. Ungete una pirofila con l'olio, versate il composto, aggiungete alcuni pinoli sulla superficie, irrorate con un filo di olio 


Infornate a 180° per 30/35 minuti, o fino a quando la superficie si "creperà"
Lasciatelo appena intiepidire e servitelo


con questa ricetta partecipo al contest



martedì 6 gennaio 2015

Angel cake.....una torta soffice di albumi...."cibo degli angeli".....


Prima ricetta "vera" dell'anno nuovo... si, perchè quelle precedenti erano in pratica "resoconti" dei piatti delle feste, quindi appartenenti ancora al vecchio anno!
Avendo fatto panettone e altre ricette che richiedevano solo l'utilizzo dei tuorli, mi erano avanzati un bel po' di albumi. Non volevo utilizzarli per fare le solite meringhe, nè tantomeno il solito
Ciambellone bianco o la Ciambella di albumi con frutta secca..... mi ricordavo di aver letto in giro di una torta soffice di albumi, la Chiffon cake o la Angel cake. Mi sono collegata a Giallo zafferano ed ecco qua. Mi ero sempre riproposta di farla, mi incuriosiva, chi l'aveva già cucinata ne esaltava le proprietà.la sofficità, la bontà. E non avevano tutti i torti! Una torta sofficissima, ma cosi' soffice e profumata che ....non vedo l'ora di avanzare ancora degli albumi per ripeterla! Vero è che in commercio vendono bottiglie con albume, ma una mia amica che ha provato a comperarlo, ha detto che ha buttato via tutto perchè davvero faceva schifo....
In pratica è una sorta di Pan di Spagna, proveniente dagli Stati Uniti, che per la sua particolarità è stato definito "cibo degli angeli"!
La differenza tra le due è che nella Chiffon cake vengono utilizzate le uova e olio, mentre nella Angel cake si utilizzano solo gli albumi e nessuna aggiunta di grasso, quindi è piu' leggera.
Cosi', mentre la piccola Alyssa dormiva, l'ho preparata e quando si è svegliata ha fatto un'ottima colazione con latte e una fetta di morbidissima torta. E quando l'ha assaggiata e ha detto "Baaava ziaaaaa....compimentiiii....buonaaa"...mi sono sciolta!!
E quando mio marito ha detto "E' proprio il contrario della Sabiosa"..... bè, non ho potuto dagli torto!!
Non avendo lo stampo per questo tipo di torta, mi sono arrischiata nell'usare uno stampo per ciambella (quello che alcuni chiamano Petronilla) che mia nonna usava sempre in montagna durante le vacanze, e non avendo il forno,  le cuoceva sulla cucina a gas. Siccome dalla fotografia mi sembrava fatto dello stesso materiale, ho provato. Non ho potuto metterlo nel forno, perchè avendo i manici....ma vi garantisco che questo stampo è stupendo uguale!!

Ingredienti
160 g Farina tipo 00 160 gr
  4 g  Sale
270 g Zucchero semolato
480 g albumi  (circa 12 uova)
una bustina di vanillina o i semi di 1 bacca
 6 g di  Cremor tartaro (oppure la stessa dose di lievito chimico in polvere per preparazioni dolci)

Esecuzione
Per preparare l'angel cake assicuratevi che gli strumenti per montare gli albumi siano perfettamente puliti, privi di ogni traccia di grasso.
Gli albumi devono essere a temperatura ambiente. Se cosi non fosse, procedete alla cottura  in un pentolino per bagnomaria oppure versando dell'acqua in un tegame capiente e sovrapponendo un pentolino più piccolo (in questo caso l'acqua non dovrà arrivare a toccare il fondo del pentolino). Separate gli albumi dai tuorli (questi ultimi potete conservarli al fresco coperti con pellicola a contatto ed usarli per preparare la crema pasticcera al cioccolato); versate gi albumi nel pentolino, accendete il fuoco dolce e inserite il termometro da cucina perchè la temperatura dovrà raggiungere i 45°; mescolate delicatamente gli albumi con una frusta mentre si scaldano  (in alternativa potete usare albumi a temperatura ambiente oppure scaldarli al microonde alla massima potenza 5-6 secondi alla volta). Una volta raggiunta la temperatura, versate gli albumi nella ciotola di una planetaria e sbatteteli con le fruste quando inizieranno a diventare bianchi, aggiungete  il cremor tartaro (o lievito) setacciato  e poi dopo un paio di minuti i semi della bacca di vaniglia (o una bustina di vanillina)
Mentre continuate a lavorare gli albumi versate lo zucchero non tutto insieme ma in tre volte  Quando anche lo zucchero si sarà incorporato e gli albumi saranno spumosi e omogenei, spegnete la planetaria


Trasferite il tutto in una ciotola capiente e aggiungete la farina e il sale setacciati . Con una spatola mescolate con delicatezza dall'alto verso il basso per evitare che il composto si smonti. Ora non vi resta che versare il composto nel classico stampo da angel cake o chiffon (18 cm di diametro del fondo, 23 cm in superficie e 10 cm di altezza) senza imburrarlo o infarinarlo (potete anche usare uno stampo per il pan di spagna imburrato e infarinato). Versate il composto a mano a mano nello stampo senza batterlo per uniformare il composto, ma distribuendolo delicatamente con la spatola o il cucchiaio .
Cuocete la angel cake in forno statico preriscaldato a 190° per 30-35 minuti (se forno ventilato 170° per 25-30 minuti).

Io ho usato come già detto, la "Petronilla", dopo che l'ho imburrata e infarinata e ho fatto cuocere a fiamma media per 20 minuti e poi bassa per altri 15.


Trascorso il tempo indicato, provate a punzecchiare l’angel cake con uno stecchino da spiedino e se uscirà asciutto, potete sfornare il dolce, altrimenti cuocetelo per qualche altro minuto. Sfornate l’angel cake  e capovolgetela su un tagliere poggiandola sugli appositi piedini. Io l'ho appoggiata capovolta sulla griglia del forno : in questo modo il dolce si raffredderà senza sgonfiarsi o inumidirsi. Una volta che sarà completamente freddo, sformatelo e con la lama di un coltello staccate delicatamente la base dello stampo. Servite la vostra angel cake semplice o accompagnata da una ricca crema pasticcera al cioccolato, oppure con un coulis di frutta o ancora ricoperta di glassa!



domenica 2 novembre 2014

Crespelle di grano saraceno con marmellata di marroni




Già le avevo provate qui, con la marmellata di castagne. E sono state un successone. Ora ho provato a replicarle con la marmellata di marroni.... ancora meglio! Con il gusto rustico della farina di grano saraceno e il sapore intenso ma delicato dei marroni... una meraviglia! Mi lodo da sola, io che non lo faccio mai, perchè erano davvero goduriosissime!
Con questa dose ho preparato 20 crespelle, che hanno concluso la cena valtellinese che ho condiviso con i nostri amici, accompagnandole con un buon bicchiere di Zibibbo.... che di valtellinese non ha proprio niente, ma è cosi' buono!!

Ingredienti
150 g di farina bianca 00
150 g di farina di grano saraceno fine
   8 uova
1 l di latte
 20 g di burro fuso
marmellata di marroni

Esecuzione
In una ciotola mescolate le farine, aggiungete le uova e amalgamate con una frusta. Aggiungete poco per volta il latte e mescolate bene, fino ad ottenere una pastella liscia ed omogenea. Aggiungete il burro fuso. 
Scaldate una padellina antiaderente (di 20 cm), ungetela con dell'olio extravergine di oliva e versate un mestolo di pastella che dovrete distribuire su tutta la superficie.
Non appena si stacca dalla superficie. giratela e fatela dorare leggermente.



Spalmate la marmellata sulla superficie e arrotolatela. Tagliatela a metà. Cospargetele con lo zucchero a velo e servite.



martedì 13 maggio 2014

Il Babà o o' Babbà per l'Mtc


 Quando ho visto che la vincitrice della sfida precedente dell' Mtc  era Antonietta del blog La trappola golosa, ricordandomi della sua provenienza mi sono fatta una carrellata delle ricette tradizionali campane pensando a quella piu' papabile tra le tante, dalle salate ai dolci....e si, i dolci....mi sono detta....sta a vedere che mo' ci fa fare il babà! Naaaaa, non è possibile che ce ci faccia fare il babà.....morale.....siamo tutte prese a fare il babà!!!! Dopo un attimo di sgomento, perché sinceramente non è che vado matta per questo dolce, mi sono ripresa, anche perché un tentativo lo avevo già fatto, chiamandolo il Babà natale, perché non avevo gli stampini e avevo utilizzato quelli a forma di alberello, ed essendo giugno allora, facevano un po' strano! E il risultato non era poi malaccio, a parte la forma un po' improbabile.....
Ma quando ho letto la ricetta di Antonietta mi sono lasciata travolgere e coinvolgere dalle fotografie e dal suo risultato finale. Appunto, il suo risultato! Ma ero talmente presa che mi sono buttata a capofitto nella preparazione. E qui mi sono rismontata, perché mi sono ricordata che non avevo stampini da babà...ma dopo una "riunione volante" con Antonietta e le altre babbatrici, mi han dato l'ok per utilizzare gli stampini natalizi, purchè il risultato finale fosse conico!. Certo, conico lo è ma ho passato momenti di ansia, frenesia, pace prima di scattare la fotografia!
Il giorno piu' propizio era lunedi, visto che ero a casa in ferie, cosi alle 7 di mattina ero già pronta in cucina, con bilancia, stampi e tutti gli ingredienti, pronta a cimentarmi passo dopo passo nella ricetta di Antonietta.
Una regola che pero' bisogna assolutamente applicare quando si affronta un qualsiasi lievitato, è chiudere fuori di casa la fretta e l'impazienza!
E io continuavo a sbirciare se lievitava o no....ed essendo Antonietta on line, le ho manifestato questa mia impazienza, e mi ha risposto di andare a fare altre cose, che sicuramente sarebbe lievitato.....e cosi sono andata a mettere a posto tutti i maglioni che avevo lavato, passato l'aspirapolvere, sistemato un po' di cose e si...aveva ragione, erano lievitati ma un'altra regola è quella di non fare proprio di testa propria! Se l'Antonietta ha scritto che gli stampini vanno riempiti per metà, vanno necessariamente riempiti per metà! Io invece li ho riempiti un po' oltre, risultato è stato quello che non hanno proprio fatto l'effetto "mongolfiera"!
Comunque sia li ho infornati e il risultato è stato quello che vedete nelle foto. Sicuramente di forma pessima, ma erano buoni!! Ovvio che se avessi usato gli stampini originali, il risultato sarebbe stato diverso....
E mentre seguivo il consiglio di Antonietta di non agitarmi ecc, mentre i babà cuocevano in forno, pensavo a quando sono andata a Napoli e dintorni anni e anni fa.....Rino all'epoca, insegnava al Conservatorio di Avellino e la prima volta che scese giu' a fare lezione, era novembre. Mi ricordo che parti' con il treno la domenica notte e arrivo' a destinazione alle otto di mattina. Aveva nevicato molto, e quando si presento' in Conservatorio, lo trovo' chiuso. Aspetto' un po', e poi chiese al bar di fronte.....a causa della nevicata, le scuole erano rimaste chiuse. Si erano dimenticati di avvisarlo!!!
Quando mi telefono', penso che le mie urla si sentissero fin laggiu'....ma lui con la sua solita calma mi rispose ...è inutile che mi arrabbio, non cambia niente ormai....cosi' riprese il treno e ritorno' a Milano. Aveva allievi di famiglie umilissime, e che facevi quasi fatica a capire cosa dicevano perché parlavano in dialetto stretto. Suonavano nelle piccole bande di paese nei dintorni. Persone che allevavano animali, producevano formaggio e prosciutti. Ragazzi volonterosi che lavoravano in campagna e studiavano.
L'ultimo giorno di lezione prima delle vacanze di Natale, gli portavano dei cesti e pacchi con dentro i prodotti tipici preparati o acquistati. Lui non li voleva, era imbarazzatissimo, ma loro erano cosi. Generosi in maniera imbarazzante. E quando telefonavo alle loro mamme per ringraziarle, era commovente sentire quanta generosità e rispetto trasmettevano le loro parole.
Una volta sali' con un cesto con dentro un prosciutto intero, scamorze, mozzarelle, taralli normali e con le mandorle e pepe....sembrava un emigrante che era salito al nord con le leccornie della sua terra!
E a giugno, in occasione degli esami, io e Alice eravamo scese con lui. Ho conosciuto quei ragazzi, abbiamo alloggiato ad Atripalda, visitato il bellissimo Museo Archeologico, Pompei, Ercolano, Pozzuoli con la sua Solfatara, un pezzo di Costiera Amalfitana, perché soffrendo il mal di macchina pensavo di morire!! Abbiamo mangiato le piu' buone ed economiche pizze al mondo, gigantesche sfogliatelle e altre leccornie. Mi sono impressionata per il caos, i semafori che non venivano osservati, insomma, ho passato una settimana fagogitata dalla vita e dalla personalità partenopea.
Questa sua avventura in quel di Avellino è durata tre anni di avanti e indietro. Ne ha fatti di sacrifici, ma ha lasciato anche un buon ricordo di sé stesso. E loro a lui. A Natale lo chiamano ancora per fare gli auguri, e settimana scorsa uno gli ha comunicato che si sposa!
Quindi, come non conservare un "bel ricordo caotico e denso di emozioni" di quel periodo?

E ora veniamo alla ricetta che è proposta in due versioni. Una con il lievito di birra e l'altra con il lievito madre che ho fatto io. E sotto è riportata la ricetta originale ......

Ingredienti
280 g di farina bio tipo 0 Manitoba
3 uova  cat a grandi
100g di burro
90 g di latte
25 g di zucchero
50 g di lievito madre rinfrescato
10 g di lievito di birra
½ cucchiaino di sale

Primo impasto
Versare in una ciotola 120 g di farina, fare la fontana, aggiungere 1 uovo, il lievito madre, lo zucchero e 30 g di latte tiepido. Impastare, coprire con un telo umido e attendere il raddoppio.

Secondo impasto
Versare in un'altra ciotola la restante farina (160 g), aggiungere il primo impasto e 1 uovo, sciogliere bene e amalgamare, poi incorporare il secondo uovo, Impastare  energicamente per 10 minuti, battendo contro i bordi della ciotola e aggiungendo man mano del latte a cucchiaiate. Sciogliere il burro a bagnomaria o in un microonde e versarlo a filo sull’impasto, incorporandolo lentamente. Per ultimo, in una tazzina “impastare” il lievito di birra con il sale finché diventa una cremina  liquefatta e aggiungere anche questa alla massa. Una volta incorporati tutti gli ingredienti, ribaltare l’impasto su un piano da lavoro e lavorare come descritto nel precedente procedimento.
Ricavarne 11 palline e sistemarle negli stampini monoporzione precedentemente imburrati. Ogni pallina deve arrivare a metà altezza dello stampino. Sistemarli in una teglia e lasciar lievitare in forno spento con luce accesa fino a quando triplicano di volume, fuoriuscendo dal bordo superiore formando una calottina di circa 2 cm.


Preriscaldare il forno a 200°, infornare, abbassare a 180° e cuocere per 20 minuti. A metà cottura coprire con un foglio di alluminio.
A cottura ultimata lasciar intiepidire per 10 minuti, staccarli delicatamente dagli stampini (basta reggere lo stampino con una mano e con l’altra tirare e contemporaneamente roteare leggermente la calottina) e adagiarli in una ciotola larga.























Per la bagna
1 lt di acqua
400 g di zucchero
1 limone
Versare l’acqua in una pentola, aggiungere lo zucchero e la scorza di limone, evitando accuratamente la parte bianca e lasciar sobbollire per 10 minuti.
Spegnere, lasciar intiepidire, passarlo attraverso un colino a maglie strette e versare sul babà ancora tiepido. Ogni 15/20 minuti, aiutandosi con un mestolino, raccogliere lo sciroppo sul fondo del babà e irrorarlo di nuovo. Continuare così finché non si presenta ben inzuppato e tratterrà lo sciroppo più a lungo, cedendolo sempre più lentamente. Adagiarlo su un piatto da portata, facendolo scivolare con molta attenzione.
Per i babà monoporzione il bagno sarà simile; dopo aver  versato lo sciroppo sopra, rigirarli dentro di esso ogni 10/15 minuti e comunque finché al tatto non abbiano la consistenza di una spugna inzuppata. Scolarli dallo sciroppo e adagiarli su un piatto da portata.

Crema pasticcera al limone
250 ml di latte
2 tuorli
2 cucchiai colmi di zucchero
2 cucchiai rasi di farina
1 limone
30 g di burro
Scaldare il latte e spegnere quando accenna a bollire.
Mettere a scaldare la pentola con l’acqua che servirà da bagnomaria per cuocere la crema.
Nella pentola dove invece cuoceremo la crema mettere i tuorli, lo zucchero e la farina setacciata; con una frusta amalgamarli energicamente e incorporare il latte versato a filo, continuando a mescolare. Passare nel bagnomaria a fuoco dolcissimo.
Tagliare il limone a tre quarti, infilzarlo su un forchettone e con questo girare la crema mentre cuoce.
Girare sempre nello stesso verso, senza mai fermarsi per almeno 15 minuti e comunque fino a quando non avrà raggiunto la densità desiderata. Spegnere, aggiungere il burro e incorporarlo con la frusta. Lasciar raffreddare girando di tanto in tanto. Sistemare la crema in un sac a poche e tenerla in frigo fino al momento dell’utilizzo.

Completiamo il babà
250 ml di rhum
100 g di amarene sciroppate
3 cucchiai di gelatina di albicocche
Scolare dal piatto lo sciroppo che sarà colato dal babà. Irrorarlo con il rhum a proprio piacimento, spennellarlo con la gelatina di albicocche precedentemente sciolta a fuoco lentissimo, decorare con ciuffi di crema pasticcera e completare con le amarene sciroppate.

E per ottenere un ottimo babà spugnoso la fase essenziale è l’impasto: deve essere energico e lungo come ho precisato nella prima versione, senza desistere, fermarsi solo quando questo si stacca dalle mani, lasciandole pulite, quando accenna a fare le prime bolle, quando è sostenuto e tondo come una palla.
Il piano da lavoro dove impastare non deve essere di legno ma di marmo o altra pietra naturale, meglio ancora materiali plastici duri.

Forse qualcuno si chiederà ora perché abbia usato nella seconda versione del lievito di birra insieme al sale. Tutti sanno che questo non si fa, il lievito non va mai mischiato al sale perché questo blocca la fermentazione e nella fattispecie ammazza i saccaromiceti.
Però questa piccola stranezza nasce da un errore. Tempo fa leggevo che il sale inattiva il lievito di birra, non gli permette di avviare una fermentazione, però in un impasto con Lievito Madre, questa pappetta, definita scientificamente glutatione, permette di inglobare anidride carbonica sviluppando gli alveoli visto che questi sono sempre così difficili da ottenere in un lievitato con pasta madre.
Ma dov’è il mio errore? Il glutatione si sviluppa dopo mezz’ora di riposo di sale e lievito ed io questo passaggio l’avevo saltato, l'aggiungevo subito. Però visto che procedendo così comunque ho sempre ottenuto dei buoni risultati, preferisco continuare.


p.s. spero di non sconvolgere troppo Antonietta con questa mia versione "natalizia". Ma l'ho preparata lo stesso con passione e cura, pensando anche a lei, alla donna dolcissima e disponibile, che non conosco di persona, ma con la quale ho scambiato dei pensieri in un momento molto particolare e triste della mia vita......

con questa ricetta partecipo a





sabato 5 aprile 2014

Gaufre, Waffle, ὀβελίας ,Gofri...insomma, tutto quanto fa merenda!




Gennaio, anno nuovo stanchezza vecchia! Appena vengo a sapere che mio marito deve partire in tournè in Germania, e piu' precisamente il tour Düsseldorf, Dortmund, Colonia, Essen, mi viene spontaneo dire vengo anch'io! C'ero già stata quando ero piu' giovane, e anche io per suonare, quindi mi sembrava carino ritornare sui luoghi della mia giovinezza, anche se li avrei trovati sicuramente cambiati!
Prenoto subito anche io il mio biglietto e hotel, anche se con un po' di titubanza, una specie di presentimento, e chi mi conosce bene, sa che quando "sento" qualche cosa strana, sa che poi ho ragione...per questo mi chiamano strega e chissà perchè non fata!!  e aspetto con ansia il mio viaggio, la mia piccola fuga per ricaricare un po' le pile. Con ansia perché nel frattempo ci sono dei contrattempi famigliari, che due giorni prima della mia partenza, guarda caso come se me li sentissi davvero,hanno minacciato di far saltare la mia vacanza. Ma rassicurata da mio fratello, che mi dice che se anche sto a casa, le cose non cambierebbero, prendo la decisione di andare via incrociando le dita!
Ricordo vagamente qualche scorcio già visto, le chiese, come un déjà-vu, i locali ovviamente no, sono cambiati...insomma è una riscoperta. Appena arrivati, avendo la giornata libera andiamo già in giro, e sulla via verso il centro di Dortmund vedo un negozio che espone la macchina per fare le gaufres!!! Senza pensarci due volte, entriamo e già sono li con due scatole in mano, una per me e una per la mia amica del cuore, che anche lei adora questi dolci. Ma adesso andiamo in giro con questa roba? Prendiamole al ritorno. Ma poi ci stanno nella valigia? chiede mio marito...Si, figurati, se poi non le trovo piu'? e nella valigia ci staranno, non ti preoccupare!
Cosi, giriamo con gli acquisti appresso, felice come una pasqua, per me che ho trovato finalmente quello che cercavo da tanto tempo, e per la mia amica, perché le avrei fatto sicuramente una bella sorpresa!

La settimana tedesca scorre abbastanza serenamente, con visite alle chiese, luoghi di interesse, anche fuori dal solito circuito turistico, scovando angoli e scorci che passano di solito inosservati, le piccole vie della città vecchia di Düsselforf, con la Königsallee, la Rheinturm, la piccola cittadina di Essen, e Colonia, con le sue birrerie, l'aria fredda e l'odore del fiume che la costeggia, e la cosa buffa è che mentre mio marito provava, io gironzolavo per le viuzze, e incrociavo persone in costume di carnevale, ma da noi in Italia non era ancora carnevale e allora mi domandavo come mai. Erano tutte persone adulte, allora ho chiesto ad una commessa del negozio, che mi ha spiegato che da novembre a febbraio,ogni domenica, le persone si vestono in costume e si divertono cosi, tra risate e un boccale di birra. E c'era pure una banda!  E poi pranzando o cenando in locali tipici, riposandomi, pensando a quello che ho lasciato a casa, cercando di non pensarci, andando a sentire i concerti, di questa fantastica orchestra, la Mahler Chamber Orchestra, non fantastica perchè ci suona mio marito, ma perchè è composta da ragazzi davvero straordinari!
Poi, arriva il giorno della partenza e.....la valigia non si chiude. Per forza, con due scatole del genere! Allora comincio col buttare gli spazzolini da denti, che tanto li avrei buttati una volta arrivati a casa...capirai, che spazio possono occupare due spazzolini da denti! Ahaha.....
Allora, a scanso di equivoci, col terrore negli occhi alla vista della valigia esplosa sparpagliando sul nastro parte del contenuto, macchine delle gaufre comprese, sempre che non svanissero misteriosamente, decidiamo di incellofanare tutta la valigia prima di imbarcarla...non si sa mai!
La valigia arriva intatta e....una volta caricata in macchina mio marito dice...ma le chiavi di casa le hai tu?
Ma nooooo....le ho lasciate dentro la tasca interna della valigia! E va bè quando arriviamo apriamo il box e col taglierino togliamo il cellophane....si e il box con che chiavi lo apriamo?? Cosi' a mani nude, cominciamo a togliere l'involucro che è veramente difficile da togliere se non si trova subito l'inizio,un po' come quando serve lo scotch e non lo si trova mai !!
E alla fine riusciamo a togliere tutto quanto e a salire in casa!

E una volta ripresi i soliti ritmi vorticosi, cioè subito,che mi hanno fatto rimpiangere quelli vacanzieri cosi' rilassati, mi sono messa a preparare questi dolci........buonissime e facilissime da fare!
E la cosa piu' bella è stata anche vedere la faccia della mia amica quando ha scartato questo mio regalo!

E ora, un po' di storia......che ho scovato in rete,perchè nemmeno io sapevo tutte queste cose!!

Si ritiene che le gaufre abbiano origine nell'antica Grecia, dove sono state identificate con le cialde chiamate ὀβελίας obelías. Nel Medioevo i cuochi cucinavano frequentemente tortine chiamate gaufre, che in francese antico significa "nido d'ape", e le fonti suggeriscono che venissero consumate con il formaggio o con il miele.
In diverse testimonianze dell'epoca ne viene riportata la diffusione a partire dalle regioni del Reno confinanti con la Francia. La parola wafel in olandese si diffonde a partire dal XV secolo, e si consolida in Germania come Waffel dal XVII secolo, probabilmente con un significato legato alla tessitura
Il sostantivo in inglese americano, waffle, giunge attraverso il termine olandese nel XVIII secolo
Le gaufre, come altre preparazioni simili, erano un augurio di buona fortuna e buona salute e venivano preparate tradizionalmente per la festa della Candelora e per il Martedì Grasso, ultimo giorno di Carnevale prima della Quaresima. Le piastre per gaufre comparivano in molte doti familiari come dono e augurio di nozze felici.
Successivamente, i Padri Pellegrini soggiornarono brevemente in Olanda prima di fare rotta verso le colonie d'America, e qui appresero come preparare ciò che loro chiamarono wafel, cioè le tortine a nido d'ape con i ferri roventi detti poffer. Portarono questa ricetta in America e lì le gaufre si diffusero con il nome di waffel
e poi più comunemente waffle. Lo stesso Thomas Jefferson, secondo la Monticello Historical Society, portò con sé i ferri da gaufre dalla Francia. 
Esistono numerosi tipi di piastre che cuociono gaufre a forma di cuore, di fiore, di cerchio, o di pupazzetto e nuove versioni si diffondono sempre più.

Le gaufre del Belgio sono di due tipi diversi: quelle di Bruxelles hanno un contorno perfettamente rettangolare e un impasto a base di latte, acqua, burro, uova,farina, zucchero, lievito di birra e aromi (vaniglia). Sono delle gaufre poco dolci, solitamente spolverate con zucchero a velo o servite con della panna montata
(e/o frutto e gelato). Le gaufre di Liegi hanno contorno smussato, a nido d'ape, e impasto a base di farina, poche uova, latte, burro (o margarina), lievito di birra, un pizzico di sale, zucchero vanigliato e zucchero in grani (sucre perlé), un tipo particolare di zucchero, a forma di perle appunto, che non si scioglie nell'impasto.
Sono gaufre decisamente più dolci di quelle di Bruxelles e si mangiano solitamente senza accompagnamento.
In Belgio sono particolarmente gradite come doni in occasione del Sint Maartens Dag, cioè del giorno di San Martino (11 novembre). Si accompagnano a zucchero a velo,sciroppi, panna, marmellata, frutta, noci, nocciole, mandorle, cioccolata, burro, ma anche al salato (pesce, formaggio, carne).

I waffle sono la versione statunitense delle gaufre. Inizialmente venivano preparate senza lievito naturale perché produrlo e conservarlo era difficile e richiedeva cure che non sempre i coloni potevano dedicare.
Venne aggiunto successivamente il lievito chimico ed è per questo che i waffle sono più bassi e meno soffici delle Gaufre, ma più facili e veloci da preparare:il lievito chimico non richiede attesa per la fermentazione, come invece il lievito di birra.
Si accompagnano di solito a sciroppo d'acero, melassa, panna, marmellata, frutta, cioccolata, burro, noci, nocciole, mandorle, decorazione alla fragola.

I gofri (Lou gofri) sono una specialità dell'Alta Val Chisone e Alta Val di Susa in provincia di Torino. L'impasto di queste cialde veniva fatto cuocere in inverno e mangiato in sostituzione del pane, in quanto le popolazioni montane avevano difficoltà a scendere a valle per panificare. L'impasto è composto da acqua, farina, lievito e sale ma, a seconda della disponibilità delle famiglie, potevano essere aggiunti latte e uova. Nel frattempo si preparano i ferri (goufria), due piastre di ghisa sovrapposte, simili a quelle che, nella tradizione cattolica, erano utilizzate per la produzione delle ostie: queste vengono prima poste posto sulla stufa a gas o a legna a riscaldare, poi unte con un grosso pezzo di lardo non salato infilato in un forchettone e per chi desidera, bagnato d’olio.
La versione più rustica e povera prevede l'uso della cipolla. L'impasto, una volta lievitato, viene posto all'interno dei ferri che vengono chiusi e girati in modo regolare sul piano riscaldato in modo da ottenere una doratura uniforme. I gofri iniziarono ad essere prodotti alla metà dell'XIX secolo, importati dalla Francia.
Un tempo erano utilizzati per accompagnare il pasto o anche da soli, come il pane; oggi sono più spesso abbinati a prodotti dolci (confetture e marmellate,miele, cioccolato) o salati (salumi e formaggi).

Bene, e ora veniamo alla ricetta ORIGINALE che mi passato la mia amica, alla quale ho regalato la gauffriera che l' ha avuta da amici di famiglia che sono nativi e abitano nel Belgio, quindi, piu' collaudata e sicura di cosi! (tra parentesi le dosi per realizzare mezza dose di impasto)

Ingredienti
375 (1/2 kg)  g di farina
285 (370 g)  g di zucchero
225 (300 g)  g di burro
1 bustina di vanillina
3 (4)  uova
meno di 1/4 di tazza di latte (1/4 di tazza)
un pizzico di bicarbonato e un pizzico di sale

Esecuzione
In una ciotola mescolate la farina con lo zucchero, il sale e il bicarbonato. Fate una piccola fontana e versate le uova. Raccogliete la farina poco per volta e impastate aggiungendo il burro fuso e alla fine il latte freddo.
Scaldate la gaufriera seguendo le indicazioni, ungete di burro con un pennellino gli spazi che andrete a riempire con un cucchiaio o con una sacca da pasticciere, chiudete e dopo 3/5 minuti il dolce è pronto! Estraetelo delicatamente con una spatolina di legno.


Servite le gaufre con della crema pasticciera (trovate le indicazioni qui ) , alla quale ho aggiunto confettini colorati



mercoledì 13 novembre 2013

Castagnaccio e altro....per una sfida all' MTChallenge coi....ricci....


Mese nuovo sfida nuova! C'è trepidazione in casa MTC a ogni cambio mese.Lasciata la vecchia sfida che ci ha viste infornare,spremere,sgusciare e cuocere una quantità industriale di uova che le galline quasi hanno avuto un tracollo e si nascondevano al primo accenno di passi che orbitavano nei dintorni del loro pollaio....sfida che ci ha visto proporre colazioni ricche e sontuose,per contenuto e quantità di calorie e ingredienti,che ci ha messo alla prova nel cuocere in maniera insolita le famigerate uova,che anche chi era abituata a colazionare con un sorso di caffè nero e via,è stata rapita da questa ricca proposta oltreoceanica...
bene,abbiamo abbandonato pollai e aie e....siamo finite nei boschi in cerca di.....quando ero piccola mi sciorinavano questa filastrocca/indovinello...."Son dura e tondetta,color del caffè,sto chiusa in un riccio ma non per capriccio,vivo in montagna e mi chiamo....CASTAGNA"!!!!
Sfida rustica e....pungente!!
Quando ho visto l'annuncio del nuovo tema,ho fatto i salti di gioia! Si,adoro le castagne,anche se ad essere sincera,piu' che mangiarle come caldarroste e fare castagnaccio nella mia vita non ho fatto!
Ricordo le lunghe passeggiate nei boschi in cerca del prezioso frutto autunnale,da piccina,con mamma,papà,e numeroso parentado al seguito,con finale davanti alla stufa a legna con la padella colma di castagne che scoppiettavano,e poi da ragazza,con gli amici della compagnia,quando all'alba si partiva in treno verso i boschi,con zaini colmi di panini e altro per la colazione al sacco che sembrava dovessimo stare nei boschi un mese intero o in caso di smarrimento non si sa mai...che prontamente svuotavamo per fare spazio al bottino autunnale,e piu' che una castagnata era anche una scusa per stare insieme e divertirci come dei matti,come era giusto che fosse,vista la nostra giovane età e spensieratezza!

L'autunno è un mese particolare. Puo' scatenare diverse reazioni ed emozioni. E io non so dire quale stagione preferisco,perchè ognuna ha la sua magia,peculiarità,distinzione,carico di colori,profumi suoni e vitalità,che la rendono veramente speciale e unica per ognuno di noi.Quindi,se ognuno vive le stagioni in maniera personale è come se ci fossero piu' autunni,inverni,primavere ed estati!

In me scatena una serie di emozioni e sensazioni contrastanti.Emozioni e sensazioni che vanno dallo stupore alla commozione nel vedermi circondata dai colori tipici di questa stagione,che vanno dall'ocra al senape,dal verde al marrone,dal rosso al mattone,e le cortecce coperte di vellutato muschio.
La magia che si respira quando si entra in un bosco,quando i tuoi passi frusciano sul tappeto di foglie cadute,
passi che spezzano secchi rametti e ricci caduti.La sensazione di sentirsi ospiti di quel bosco,che quasi ti senti in imbarazzo e un intrusa ad addentrarti nel suo cuore.Una specie di timore e rispetto reverenziale.Bosco che in ogni stagione ha la sua magia.E in mezzo a questi colori e al suo profumo caratteristico,si,il profumo del bosco che ti entra nelle narici,ti senti in pace,serena e rapita da tanta bellezza e non ti fa paura come quello delle fiabe dove vive il lupo cattivo. Anzi,pensi che se per caso dovesse comparirti magicamente davanti uno gnomo o un Hobbit,lo seguiresti se solo ti facesse segno di farlo! Il bosco in autunno non è morto ma è ricco di vita diversa,piu' lenta,sopita, dai colori e luci meno chiassosi e frizzanti.Ma ugualmente bello!
L'autunno non è solo colore,cosi ben rappresentato dai grandi Caravaggio e Arcimboldo,ma è anche musica,magicamente descritto da Wagner nel Sigfrido in  Mormorio della foresta e da Vivaldi nell'Autunno....
Altre sensazioni le ho già esternate qua,per chi ha la voglia e la curiosità di leggerle.....

Quindi,ritornando alla ricetta....certo,castagna si ma...come??Sembra un ingrediente banale,ma cosi non è.
Certo,è un cibo "povero",infatti una volta era un po' considerato come il pane dei poveri.Frutto che ha sfamato intere generazioni montanare,e se volete saperne di piu' leggete attentamente qui!Ma non per questo deve essere banalizzato ancora di piu',anzi,mi sono accorta che puo' essere utilizzato per preparazioni rustico/eleganti!
Come ho detto prima,di impegnativo so fare solo il castagnaccio....pero' mi sembrava troppo scontato proporlo alla solita maniera e cosi....pensa che ti ripensa,l'ho modificato e proposto come vedete nella fotografia....è stata una sorpresa anche per me,anzi per noi!!!
Il gusto tipico del castagnaccio morbido al punto giusto,arricchito dalle castagne aromatizzate con un goccio di rhum e il croccante guscio di cioccolato fondente,affondato nella crema pasticcera...bè,vi posso assicurare che è una bontà!!

Ingredienti
300 gr di farina di castagne
300 ml di acqua
    1 pizzico di sale
    2 cucchiai di zucchero
100 gr di uvetta sultanina
100 gr di pinoli
olio extravergine di oliva

Castagne abbrustolite, rhum e zucchero q.b.
Cioccolato fondente q.b.
Cognac (facoltativo)

per la crema pasticcera
4 tuorli
500 ml di latte
    1 bustina di vanillina
100 gr di zucchero
  50 gr di farina

Fate rinvenire l'uvetta per 15 minuti in acqua o Cognac.Mescolate la farina di castagne con lo zucchero e il sale.Aggiungete il latte e mescolate togliendo gli eventuali grumi.Dovrete ottenere un composto morbido e abbastanza fluido.Aggiungete l'uvetta e una parte di pinoli e due cucchiai di olio.
Oliate una teglia da forno e versate il composto.Versate ancora un filo di olio e il resto dei pinoli.Fate cuocere a 180° per circa un'ora,o fino a quando la superficie si sarà "crepata"


Fatelo raffreddare e toglietelo dalla pirofila.Tagliate in porzioni quadrate o come preferite.
Tagliate in senso orizzontale,facendo attenzione a mantenere la fetta intatta il piu' possibile.
Riducete le castagne abbrustolite in piccoli pezzi,che andrete a caramellare con qualche cucchiaio di zucchero e aromatizzate con un goccio di Rhum.
Versate sulla prima fetta di castagnaccio un po' di questo composto,adagiate la seconda fetta

Sciogliete a bagno maria il cioccolato fondente e ricoprite completamente la "mattonella" di castagnaccio.
Mettete in frigorifero fino a quando si sarà solidificato



Preparate la crema pasticcera,montando i tuorli con lo zucchero e la vanillina.Versate la farina setacciata e quando è tutto ben amalgamato aggiungete il latte poco per volta.Fate cuocere fino a quando si sarà addensata.

Servite il castagnaccio insieme alla crema pasticcera......



il bellissimo interno.....



un tuffo nella crema....




.....e la mia proposta per la sfida dell' MTC




mercoledì 6 marzo 2013

Pastiera di maccheroni



La Pasqua si avvicina e il contest di Quanti modi di fare e rifare di Anna e Ornella è già arrivato!
Se il mese scorso siamo andati in Svezia, questa volta ritorniamo in Italia e andiamo tutti insieme a casa di Francesca che abita a....Birkenau...ma Birkenau si trova in Germania!! Già, ma Francesca è una vesuviana trapiantata a Essen!! E da brava italiana porta di sicuro i ricordi, i colori e i sapori della sua assolata terra, in quella fredda città tedesca.
Ci siamo stati nel mese di giugno di 13 anni fa a Napoli e dintorni, quando Rino insegnava al Conservatorio di Avellino. Si dormiva ad Atripalda, e abbiamo girato per Avellino, Pompei, Pozzuoli. Ricordo il caldo infernale della Solfatara, la bellezza dei Musei di Napoli, la magia di Pompei, la tranquillità di Atripalda. La pizza incantevole a dir poco, le paste giganti, la disponibilità di alcune persone......

Francesca, ci ha fatto conoscere un dolce tipico del periodo pasquale che è veramente gustoso, anzi, di piu'!! Semplicissimo da fare e sicuramente originale. Non avrei mai pensato di proporre i cappellini in versione dolce! E la consistenza della pasta, addolcita dal latte e dai canditi, bè....provatela perchè veramente ne vale la pena. Sono quelle ricette della tradizione che ogni famiglia si tramanda, che trasmettono calore, amore e una continuità in quei gesti che andrebbe altrimenti persa. Che si mangiano fin da piccoli, e diventano cosi proprie, che è una specie di rito riproporle ai nostri cari e agli amici. Sono quei piatti tipici che non passano inosservati, che sono semplici, ma che trasmettono un vissuto e un'esperienza che solo chi li ha "toccati" con mano da sempre puo' capirne l'importanza. Ed è anche bello scoprire i piatti della tradizione delle altre regioni. Ognuna con il proprio cavallo di battaglia. Cosi' diverso da tutti gli altri. Ma che ci unisce come un invisibile filo conduttore che è fatto di vecchi ricordi, sapori e nostalgia per un tempo che ormai non torna piu' e orgoglio delle proprie origini.
Infatti non per niente Francesca conclude la sua ricetta dicendo che...Questa pastiera è per me un tuffo nel passato a mia nonna che la preparava al suo grembiule appuntato con gli spilli.....al profumo di fiori d'arancio e zucchero bruciato, alla pastiera di una volta....

Ingredienti
500g capellini
1l latte
1kg zucchero
12 uova
100g sugna
100g pezzetti di cedro canditi
sale
acqua di fiori d'arancio
sugna e farina per la teglia

Si bollono gli spaghettini nell'acqua poco salata e si scola l'eccesso di acqua lasciandone tanta da coprirli. Alla pasta si aggiunge il latte, la sugna, lo zucchero ed infine le uova sbattute, i canditi e l'acqua di fiori d'arancio.

Si cucina la pastiera in una teglia capiente unta di sugna e spolverata di farina.....1h a 200 gradi
Questa pastiera è per me un tuffo nel passato a mia nonna che la preparava al suo grembiule appuntato con gli spilli.....al profumo di fiori d'arancio e zucchero bruciato, alla pastiera di una volta....

con questa ricetta partecipo al contest di