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Visualizzazione post con etichetta Calendario del Cibo Italiano. Mostra tutti i post
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sabato 28 maggio 2016

"Come vetrate artistiche. Il cibo visto da Alessandro Colonnetta." e la mia Terrina di alici con pomodorini ciliegia


                                                             Pesce azzurro tela 70x50x4cm

Oggi ricorre la Giornata Nazionale del Cibo nell'Arte per Il Calendario del Cibo Italiano - Aifb e l'Ambasciatrice é Maria Teresa Cutrone, con il suo articolo, una persona veramente deliziosa, anche lei musicista, che ho conosciuto in alcuni blog tour con Aifb. Quindi, un "incontro" tra artisti a tutto tondo, per questa giornata celebrativa! Artisti "diversamente presenti", con una percezione della realtà tutta particolare, con una marcia in piu', o forse diversa, rispetto agli altri. Coi piedi per terra, concreti, ma anche sognatori, sensibili, con la capacità di sfuggire al quotidiano con le emozioni che la nostra arte ci trasmette e fa trasmettere. 

A questo punto, quale tra i famosi pittori, scegliere? Di quale opera pittorica parlare?
Il cibo è stato rappresentato già nei primi graffiti rupestri. Molto spesso, Nature morte adornano l'interno delle tombe degli antichi egizi. Non c'è periodo storico, che non abbia avuto capolavori di questo genere pittorico. Piu' o meno riccamente raffigurati.
Unire cibo e arte non è da tutti, e chi lo ha fatto, ha realizzato opere fantastiche. Anche scultori, (Dan CretuPhilip Haas), musicisti (dallo Zecchino d'OroMinaConteMorandiDe André...con le loro canzoni tra il serio e il faceto) architetti (i Giardini verticali di Patrick Blanc, e le creazioni di Hong Yi) si sono ispirati al cibo mettendolo al centro della propria arte. E tra i pittori, tutti sicuramente ricordiamo le opere di Caravaggio, Arcimboldo, Renoir, Botero, Carracci, Morandi, Matisse...
Rimarrete a bocca aperta per la bellezza!

Nonostante tutto, pur apprezzando i capolavori "del passato", quelli studiati ai tempi del Liceo Artistico,  ho scelto di parlare di un giovane pittore trentunenne, dei giorni nostri, che merita di essere menzionato tra i grandi. Mica facile parlare ex novo di un pittore cosi', su due piedi. Perché non ho voluto leggere nessuna critica, per non essere influenzata in nessun modo nella mia personalissima interpretazione.
Per me conta quello che mi ha colpito al primo sguardo: i colori accesi, definiti, diretti, senza distrazioni, ma tutto convogliato li', dove l'artista vuole incentrare il tema. Dove vuole che lo spettatore, "automaticamente" vada, o forse, piu' che automaticamente, guidato da emozioni dirette, forti, tenere. Da fare esclamare "uaooooo" dopo che hai ritrovato la parola. Perché la prima volta che ho visto i suoi quadri, é stato un colpo al cuore e allo stomaco, un'emozione davvero forte. Quella che mi colpisce tutte le volte che sono davanti ad un'opera d'arte. Ma questa volta é stata piu' "violenta". Due volte, in tempi abbastanza recenti, ho provato questa forte emozione, che ha un termine ben preciso, Sindrome di Stendhal, che oltre ad essere il titolo di un film di Dario Argento é un "disturbo" di natura psicologica/neurobiologica, per dirla in breve e in parole "povere", una reazione quasi esagerata provocata da una forte emozione, quando ci si trova davanti ad un'opera d'arte. 
La prima l'ho provata quando durante un blog tour Aifb, ci hanno portato alla Gipsoteca del Canova. Pensavo davvero di svenire. Tutto quel bianco, la bellezza e maestosità delle sue opere, ho sentito il cuore che accelerava a dismisura, la pelle d'oca e le lacrime che mi salivano agli occhi. Si, ho pianto. Mi sono dovuta sedere, ma davanti ad Amore e Psyche... non é stata una gran bella idea!
La seconda, quando ho visto i quadri questo pittore. Ti ci perdi, li guardi e riguardi, e non provi mai la stessa emozione, per l'impatto diretto, senza tanti fronzoli e giri "di immagini". Ogni volta ci leggi un messaggio sempre forte, che ti arriva al cuore. Questo specialmente per i quadri che riguardano i temi attuali. Perché ci entri, nella storia che raccontano, in momenti e con emozioni sempre diversi. E non puoi far finta di niente.
Guardandoli, mi ricordano le vetrate artistiche delle chiese. Quelle vetrate dai contorni definiti e colori accesi. Che mi lasciano a bocca aperta tutte le volte che li ammiro. Che mi fan fare pace con il mondo intero.

E solo in un secondo momento, dopo aver letto la sua biografia rendermi conto che avevo fatto centro, con il mio intuito e sensazioni, mi rende felice.
Chi é dunque questo giovane artista che mi ha trasmesso queste intense emozioni? E' Alessandro Colonnetta, laureato in Storia dell'arte antica, che lavora in un museo. Con l'arte nel sangue, se fin da piccolo ha disegnato, colorato, preferendo fogli e colori al posto dei giochi e della televisione. Se si aggiunge poi che è stato cresciuto da una nonna pittrice, che si alzava in piena notte a dipingere perchè aveva in testa forme e colori che scacciavano il sonno...bè, non servirebbe aggiungere altro! Con lei, che gli aveva insegnato le basi tecniche, passava pomeriggi interi a studiare oggetti, colori e prospettive. A questa nonna, Alessandro ha dedicato un bellissimo quadro, e secondo me anche questo, che testimonia il suo legame profondo con i nonni, parte integrante e fondamentale della sua vita, che possono ammirare orgogliosi i capolavori di questo nipote davvero speciale.
Matite e pennarelli hanno poi lasciato il posto ai colori acrilici e ad olio. Col tempo e tela dopo tela, ha continuato a studiare, sperimentare, alternato periodi frenetici e di inattività. Come ogni vero artista, perchè l'arte non si comanda ma si sente e si deve assecondare, ascoltare, vivere, amare.
Guardando i suoi quadri si puo' notare il suo amore per le scene composite e studiate, ma anche quelle d'impulso, e la predilezione dei toni primari (giallo, blu e rosso) le contrapposizioni tra i colori complementari (viola, verde e arancio), l'uso generoso del colore e i contorni definiti.
Nelle sue tele, c'è il suo mondo, la sua quotidianità, i suoi affetti, il mondo attuale con tutti i momenti belli e le tragedie.
Ama l'arte contemporanea, tra i pittori che ammira di piu', ci sono Cézanne, Van Gogh, August Macke, Franz Marc, l'espressionismo tedesco piu' in generale, Matisse e i Fauves (termine che in francese significa "belve, selvaggi" e col quale si indica un gruppo di pittori, perlopiù francesi, che all'inizio del Novecento han dato vita ad una breve, fino al 1908, ma importantissima impronta nell'evoluzione dell'arte. Questi pittori erano appunto Henri Matisse André Derain, Maurice de Vlaminck, Henry Manguin e Charles Camoin). 
Adora l'immenso, come lo definisce lui, Guttuso e " I sei di Torino" per rimanere nel territorio piemontese, (gruppo costituito nel 1928 da Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio ed Enrico Paulucci) e apprezza moltissimi artisti noti e meno noti, scovati sulle varie piattaforme on line, dove condivide la propria arte.

Da poco piu' di un anno ha deciso di condividere la sua arte con l'apertura di un sito web, e con i social. Partecipa ad Artissima 2015, finalista del Concorso Sunday Painters organizzato da La Stampa e da gennaio 2016 collabora con il blog MTChallenge, creando ogni mese un dipinto legato alle tematiche affrontate nel corso delle sfide culinarie. E tutte noi, siamo ansiose di vedere quale meraviglia "sforna" per l'occasione. In questo contesto, ha avuto modo di esporre queste tele ed altre opere a tema culinario, nel corso della presentazione del libro "Torte salate" avvenuta nel mese di aprile alla Piazza dei mestieri di Torino. E' stato un successo su tutti i fronti . 
Se volete ammirare le sue opere, e davvero lo consiglio, andate qui o quiNe rimarrete sicuramente colpiti.
Altro di lui non saprei narrare. Ma di una cosa sono certa. Alessandro, già affermato e riconosciuto artista oggi, sarà sempre piu' affermato e riconosciuto nei giorni a venire. Perchè non puo' essere altrimenti. Certamente il mondo Artistico, quello con la A maiuscola, in generale, non è facile. Ne so qualcosa, anche se nel campo della musica classica. Ma lui ha saputo conquistare il pubblico con le sue opere "colorate" e dirette, che non passano inosservate. 

E come non invidiare la sua morosa, Giulia, che ho incontrato piu' volte, anche lei un'artista e cuoca, che assiste alla creazione di queste magnifiche tele? Per lei, diventa quasi un'"abitudine", non per banalizzare ovviamente, ma fa parte della sua vita, svegliarsi la mattina e imbattersi in questi colori e capolavori.Un inizio di giornata davvero speciale e grandioso! In ogni caso, per tutti, un bellissimo dono da parte di questo giovane artista.

Perchè ho scelto proprio la tela "Pesce azzurro", tra tutti? Perchè come lui ha detto, andando al mercato è stato attirato da queste alici, e io, che adoro questo pesce, sono stata colpita dal modo diretto con il quale lo ha rappresentato. Non ci sono da fare tanti giri di parole per descrivere la tela. Colpisce punto e basta. Con i loro occhioni spalancati, le sfumature intense color del mare, la loro "vitalità" ormai impossibile da essere presente.

E ho voluto "riprodurre" alla mia maniera questa sua tela. Anzi, avrei voluto. Si, perchè il mio intento è riuscito per metà. Mandare il marito a fare la spesa, dire prendi le alici, senza specificare che dovevano essere intere da pulire, come faccio sempre, perché mi sembrava una precisazione superflua, tornare a casa, aprire il frigorifero e vedere la confezione di alici già decapitate ed eviscerate...bè, non potete capire...un disastro...un disastro...ma ormai era fatta. Ho dovuto fare una modifica e via. Il piatto, dal punto di vista visivo, non richiama l'originale, se non per qualche colore, mentre dal punto di vista gustativo, direi che mi ha lasciata soddisfatta. 
Ma l'importante, in questo mio contributo, non era tanto parlare del mio semplice piatto, ma farvi conoscere questo grande artista. E spero di aver suscitato la vostra curiosità.
Ad ogni modo. qui riporto la mia ricetta


Ingredienti
alici, pane grattugiato, aglio, origano e olio extravergine di oliva q.b.

Esecuzione
Pulite le alici e sciacquatele delicatamente sotto il getto dell'acqua. In una terrina da forno, cospargete il fondo con del pane grattugiato aromatizzato con aglio, disponete i filetti di alici. Fate un secondo strato. Decorate con i pomodorini ciliegia tagliati a metà, ricoprendo tutta la superficie. Irrorate con un filo di olio extra vergine d' oliva e infornate a 180° fino a quando i pomodorini non saranno "appassiti"

con questo contributo partecipo alla GN del Cibo nell'Arte

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giovedì 5 maggio 2016

Dolci da credenza : La torta sabiosa



Oggi, ricorre la GN dei Dolci da credenza, per il Calendario del Cibo Italiano- Aifb, e Paola Sabino ne è l'Ambasciatrice.
Cosa si intende con questo termine? Tutte quelle torte e dolci non deperibili, quindi non farciti di panna, crema pasticcera ecc, che di sicuro, le nostre nonne e le nostre mamme, ci preparavano per la merenda. Io, per questa ricorrenza, propongo la torta Torta sabiosa o sabbiosa, che ho pubblicato pochissimo tempo fa, ma che condivido nuovamente volentieri.
E' una torta piena di ricordi, perchè oltre ad addolcire qualche evento speciale o come dolce della domenica,la nonna o la mamma la preparavano durante le vacanze estive o invernali che trascorrevamo a Teglio. Siccome non c'era il forno a gas, ma un fornello appoggiato su di un mobile, insomma, un po' di "fortuna", mi ricordo che questo impasto veniva versato nella tortiera sul fuoco, quella che ai giorni nostri viene chiamata Petronilla....il profumo si spandeva per tutta la grande casa, e poi veniva condivisa con gli altri parenti con i quali condividevamo la casa delle vacanze. E siccome noi bambini eravamo veramente ghiotti, questa torta, dopo la prima fetta ciascuno, spariva e veniva conservata in una credenza che conteneva i piatti di porcellana bianchi, o col bordino a quadretti bianchi e rossi, un po' lontana dalle nostre sgrinfie, ma nemmeno tanto, perchè i bambini si sa,sono curiosi, e dopo aver fatto la "posta", avevamo sbirciato dove veniva riposta!
Quindi non durava poi tanto...perchè golosi e numerosi, questa torta, era una delle merende piu' gettonate e sane che amavamo mangiare, tassativamente alle 16, con un bicchiere di latte munto dalle "mucche vere" della stalla vicina, per poi ritornare a giocare nel cortile....
Gli ingredienti e la spiegazione della sua realizzazione li potete trovare dettagliatamente in questo post.
Che dire...buon dolce da credenza a tutti!

                                            http://www.aifb.it/

lunedì 2 maggio 2016

Pane ai 7 cereali, Schüttelbrot e Il pane e i forni delle Valli di Lanzo tra usanze, storia e tradizione


Oggi ricorre la Settimana della Collina per il Il Calendario del Cibo Italiano - AIFB e Sonia Nieri Turini ne è l'Ambasciatrice, con il suo contributo che potrete leggere qui. Ho conosciuto Sonia durante alcuni blog tour ai quali abbiamo partecipato, ed é il mio idolo! A parte la dolcezza della sua persona, nonostante sia una walkiria, che detto da me, che non sono affatto bassa, é tutto dire!, sforna dei pani e lievitati dolci che sono una autentica meraviglia. Rimango sempre a bocca aperta quando vedo le sue realizzazioni sul blog, e mi dispiace che siamo cosi' lontane...o forse é la sua fortuna, perché sono sicura che non la lascerei in pace!! Cosi', quando ho visto che ha realizzato lo Schuttelbrot, il pane del Tirolo, mi ha fatto venire voglia di provare a farlo. E' andata a finire che il mio contributo questa volta é triplo: un pane in cassetta, ai 7 cereali, realizzato con la comodità della macchina per il pane, che nonostante la "modernità" della sua realizzazione, ha comunque bisogno di attenzione, perché un impasto non corretto, ne pregiudica la riuscita. Morbido e soffice, con il gusto delicato dei cereali. Per le dosi, seguire le indicazioni della macchina, perché ognuna ha le sue indicazioni.

Poi il mio Schüttelbrot, seguendo le indicazioni di Sonia, un pane cotto nel forno, quindi con un procedimento diverso dal primo, e una caratteristica diversa. Croccante, si conserva a lungo, i semi di cumino e finocchio che gli danno un gusto particolare e fantastico.


INGREDIENTI PER LA BIGA
250 g farina di segale
250 ml acqua tiepida
10 g lievito di birra

INGREDIENTI PER L’IMPASTO
500 g farina di segale
250 g farina 0
400 ml acqua tiepida
10 g lievito di birra
20 g sale
5 g finocchio
5 g cumino
5 g trigonella/ fieno greco


PROCEDIMENTO PER LA BIGA
In una ciotola sciogliere il lievito nell’acqua, aggiungere la farina e mescolare fino ad ottenere un impasto compatto, lasciare riposare coperto da pellicola in luogo caldo ( 30° ) per circa un’ora
PROCEDIMENTO PER L’IMPASTO
Passato il tempo di riposo sciogliere il lievito nell’acqua, impastare la biga con la farina, i semi e aggiungere l’acqua  poco per volta alla fine aggiungere il sale e impastare fino ad ottenere un impasto sodo e ben amalgamato
lasciare riposare l’impasto per 15 minuti
formare dei panetti da 150 g ciascuno
disporre i panetti sopra un telo ben infarinato e lasciare riposare altri 15 minuti
a questo punto la ricetta tradizionale dice di metterli sopra un asse di legno larga e scuotere il panetto fino a quando diventa largo e sottile
ma io non avendo gli strumenti appositi, mi limito a spianarli con le mani allargandoli con la pressione dei polpastrelli come per fare delle focacce

fare riposare i pani formati circa 30 minuti
cuocere in forno caldo a 200° per circa 30/45 minuti 



Ma perchè ho scelto di fare il pane? Cosa c'entra con la collina? Collego questo importante e insostituibile elemento della nostra alimentazione, alle tradizioni, alle feste, alla cultura, che la gente di paese porta avanti da generazioni, o in alcuni casi, cerca di portare avanti, affinchè questo patrimonio non venga perso. Pane come elemento di vita quotidiana, sbocconcellato nelle brevi pause nei campi, con un pezzo di formaggio e via, ammorbidito poi nella minestra anche se era duro, perchè buttare il pane è un sacrilegio! Certamente, i ritmi del giorno d'oggi, hanno una cadenza cosi' diversa da quella dei nostri "vecchi". Tutto è fast, veloce, smart...si è perso il valore dell'attesa, dell'assaporare le piccole cose, la loro naturale velocità, il ritmo naturale...bisogna forzare tutto perchè sembra che non ci sia il tempo di aspettare, e cosi' si entra in un vortice dal quale è faticoso uscire.
Per questo ho scelto di contribuire a questa settimana con un argomento che mi ha entusiasmata fin dal primo momento...

Un giorno mio marito tenne un concerto con il Quintetto, mi sembra fosse Lanzo d'Intelvi e la Pro Loco dono' ai musicisti, un libro “Caro pane. Antichi forni e panificazione per i giorni feriali e per i riti delle feste nelle Valli di Lanzo“. Quando lo vidi, feci i salti di gioia! Ma era fantastico! Lo lessi tutto, era veramente interessante, dettagliato, con aneddoti, fotografie antiche in bianco e nero, insomma, un regalo veramente speciale! Già dal titolo si capisce l'importanza di quello che è contenuto in questo libro. In pratica, è il resoconto di un lavoro durato anni e anni di ricerca, che non è ancora finita, portato avanti da Giovanni Bregagna, appassionato di panificazione, che ha voluto lasciare come testimonianza per la sua lunga ricerca sulle tradizioni della sua valle, questo libro. In occasione de La cucina delle feste sempre per AIFB, pubblicai il mio contributo, che ho voluto estrapolare dal prezioso libro. Un lavoro lungo, ma che soddisfazione quando l'ho terminato! Lo potete trovare per esteso QUI.

Leggendo questo libro, si respira l'importanza che dà la gente delle valli ai ritmi della natura, alle tradizioni, alla socializzazione, allo scambio. E dove, se non davanti al forno di paese, la gente si riuniva, si raccontava, condivideva, gioiva o si rammaricava, raccontando spaccati di vita quotidiana? Nei paese ci si conosce tutti, e di tutti si sa. Ad alcuni potrebbe dar fastidio, soprattutto ai "cittadini", Potrebbe sembrare un'invasione alla privacy. Ma non c'è niente di piu' bello che condividere, essere partecipi, collaborare, difendere le tradizioni che una volta perse...addio.
E questo succede quando ritorno a Teglio, quando il postino o altre persone, si ricordano ancora di me, che mi hanno vista crescere da vacanza in vacanza! E mi viene in mente quando da piccola, e poi da ragazza, andavo con la mia amica Luciana, al forno del paese, l'unico, dove c'era l'Angelina, una vecchia signora che vestiva con un vestito lungo fino ai piedi, con un grembiulone nero, la lunghissima treccia raccolta in piu' giri, tenuta dalle forcine, con un foulard che le incorniciava il viso sempre sorridente, e quando entravamo nel suo forno, che era ricavato da un locale grezzo, si vedeva il muro grezzo, si sentiva un profumo intenso e stupendo del pane di segale, che ogni giorno infornava. E siccome non sempre era pronto, ci fermavamo a parlare con lei, che ci raccontava tante cose, ci guardavamo intorno e vedevamo le ruote di pane di segale appese alle travi di legno, erano quelle "vecchie", talmente dure, da mangiare nella minestra. Poi con maestria, prendeva la pala ed estraeva le ruote di pane e le posava sul tavolo. Ritornavamo a casa con il fumante contenuto e il cuore pieno di gioia, perchè era sempre bello parlare con l'Angelina.
Purtroppo piu' nessuno ha continuato a panificare dopo la sua morte. Il forno non c'è piu'. La gente prende il pane dall'unico panificio, che vende anche il pane di segale, ma non è piu' come quello di una volta. Questo è bianchiccio, e mi chiedo se davvero ce l'hanno messa la farina di segale...
Chiuso il forno, è come se si fosse spezzato un'incantesimo, che ci teneva rapiti nella sua bellezza ed unicità.
Per questo, vi invito a leggere il mio contributo, non perchè lo abbia scritto io, ma per rendervi conto dell'importanza di certi valori, usanze, tradizioni, che se non ci fossero persone disposte alla loro diffusione, condivisione e difesa, andrebbero perse. E sarebbe un vero peccato.
Per lasciare ai nostri figli un legame con il passato, che non é sicuramente moderno, all'avanguardia ecc. come quello dei giorni nostri, ma quante belle cose e quanti valori ci hanno insegnato! Perchè senza nessun riferimento e filo conduttore, non c'è storia. Perchè in un epoca di selfie e foto sul cellulare, è bello ogni tanto prendere in mano un album di vecchie fotografie, anche in bianco e nero, e cominciare a dire...questo è il tuo trisavolo, faceva il contadino....


Il Calendario del Cibo Italiano - AIFB

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sabato 23 aprile 2016

Lo strüdel "ampezzano"


Fino ad oggi non ci avevo mai pensato. Ma in occasione de La cucina di frontiera per Il Calendario del Cibo Italiano, la cui Ambasciatrice è Marina Bogdanovic, che ci spiega con il suo contributo qui, il significato di questa cucina, con lo Strudel che vi presento, mi è nata una riflessione.
Innanzi tutto, il tema bellissimo, La cucina di frontiera, che non è un dato per rimarcare le frontiere, geografiche, politiche, di fili spinati o muri, ma per far "capire" che tra i popoli confinanti, esiste un bagaglio di sapienza, cultura e tradizioni, che sconfinano appunto, "invadendo". "contaminando" e coinvolgendo pian piano, chi si trova proprio ai confini, per spargersi, con le modifiche magari, fino al prossimo confine....e da li, ancora un incontro, condivisione, contaminazione...senza mai finire, come nella vite senza fine. Perchè i popoli hanno sempre viaggiato, non per turismo come adesso, ma per gli scambi commerciali, motivi religiosi, per trovare lavoro e fortuna.
E anche i matrimoni, oltre ad essere d'amore, almeno quelli non combinati come facevano ai tempi, dove le unioni "importanti" erano già destinate sin dalla culla, e ignote ovviamente ai piccoli neonati, che si ritrovavano in giovine età, promesse spose/i per i giochi di potere e alleanza dei rispettivi genitori, sono una importante fusione di tradizione, cultura, sapienza. Cosi', ripensando al mio, di matrimonio, lo "scopro" sotto una luce diversa...l'unione amorosa della tradizione milanese-mantovana-ampezzana-veneta....e io aggiungerei anche "crucca", visto che Cortina d'Ampezzo, da dove arriva mio marito, è a pochi chilometri da San Candido...e parecchio lontana da Venezia. Quindi lo considero un veneto "crucco"...

Cosi' puo capitare che una ricetta nata in Turchia, varca il confine ed ecco qua... lo Strudel, che in tedesco significa vortice, che tutti conosciamo e che tutti almeno una volta abbiamo assaggiato.
Puo' essere dolce o salato, ma la versione piu' conosciuta è quella dolce a base di mele, pinoli, uvetta e cannella.
Le origini dello strudel partono dall'VIII secolo a.C., ovvero al tempo degli Assiri; simili dolci si ritrovano anche nell'Antica Grecia del III secolo a.C.. Probabilmente, anche grazie alla via della seta la ricetta si è così tanto diffusa andando però a modificare quella originale in diverse varianti: baklava, che seguiva le varie conquiste territoriali ottomane, il güllaç, precursore della baklava, consumato durante il Ramadan per la sua digeribilità, il börek, anche questo di origine turca, ripieno pero' di carne, formaggio, spinaci, e lo strudel.
Dal 1526 il sultano Solimano il Magnifico avrebbe diffuso la sua ricetta nei territori conquistati, ovvero fino all'Ungheria. I continui contatti tra l'impero ottomanno e quello austriaco fecero si che anche la ricetta dello strudel passasse i confini. Nel 1699 l'impero Austriaco conquistò l'Ungheria e dal 1867 all'impero austro-ungarico e quindi nel regno delle Tre Venezie.
Ecco perchè in Italia, tradizionalmente viene preparato nei territori un tempo compresi nell'Impero, principalmente Alto Adige, Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Ogni luogo ha poi la sua ricetta: con la pasta frolla, con pasta da strudel tradizionale, sottile o con pasta sfoglia.
La ricetta "ampezzana" di mio marito, è quella che vi presento. Non tanto perchè esiste lo Strudel ampezzano, ma perchè come dicevo prima, i matrimoni, fan si che si uniscano anche le tradizioni di famiglia. E una volta entrate nel vortice delle "ricette di famiglia", quelle che cascasse il mondo, va fatta cosi' perchè cosi' me l'hanno insegnata, anche io "difendo" a spada tratta questa "mia" versione.
Ricette di famiglia nate con quello che di poco c'era in casa, nate per caso, per sbaglio, volutamente per non buttare via niente...
Ecco perchè mi sento di "difendere" cio' che mi è stato tramandato, senza cambiare una virgola o ingrediente, in un mondo dove a volte per "stupire" creano delle rivisitazioni che per piacere anche no!
Ecco perchè lo strudel che vedo nelle pasticcerie o panifici, non lo considero il "vero" strudel, e nemmeno lo compero! Qualcuno penserà che sbaglio, ma per me, quello "vero", è quello preparato da mio marito, che lo ha imparato dalla mamma e dalla nonna, che a loro volta lo hanno imparato dalla loro mamma e nonna ecc....in un filo indissolubile che se ne nessuno lo interrompe, è senza fine. Come la vite di vinciana memoria!
Una specie di "imprinting gastronomico". Ah si, che cosa ha di "diverso" questo strudel? Che non è preparato con la sfoglia, o con la pasta da strudel tradizionale, che rimangono mollicce, umide, si spaccano, ma con la "pasta pane", che da una consistenza piu' compatta, rimane comunque morbido, e resiste all'abbondante ripieno che li riempie. Piu' "rustico" e soddisfacente al palato, insomma, si sente qualcosa di concreto e consistente sotto ai denti. Il mio primo strudel che ho assaggiato da fidanzati, me lo ha preparato cosi'. Cosi' lo voglio per tutta la vita.

Quindi un grazie di cuore, a colui che me lo ha fatto conoscere, e che in questa occasione, si è messo all'opera per me. Ma soprattutto doppio grazie, perchè come per tutte le ricette di famiglia, quelle consolidate nel tempo, che si "sentono" sotto le mani, i cavalli di battaglia, quelle che si fanno ad occhi chiusi, non esistono dosi o bilance. Tutto ad occhio perchè "è cosi'"...quindi, dopo averlo "minacciato", sono riuscita a fargli scrivere le dosi esatte e soprattutto di ricordarsi di scattare anche le fotografie! Ed era talmente "preoccupato" di dimenticarsi qualcosa che....si è davvero dimenticato di aggiungere la cannella nel ripieno! Cosi' l'ha spolverizzata sulla superficie. Per questo ha questo colore scuro! Era cosi' mortificato, che lo voleva rifare!!!

Ingredienti
500 g farina bianca
    4 uova + 1
un pizzico di sale
1/2 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
100 g di burro
    4 mele renette (meglio se quelle "vecchie")
250 g fichi secchi
150 g uvetta
  70 g  pinoli
2 cucchiai di zucchero
1 bicchierino di grappa
400 g marmellata (mirtilli o secondo i gusti)
cannella q.b.
rum q.b.
pane grattugiato q.b.

Esecuzione
Mettete a bagno l'uvetta con il rum. Tagliate le mele a cubetti e i fichi in quattro.
Su un piano da lavoro, versate la farina e fate la fontana al centro. Sgusciate le uova, il sale, lo zucchero, la grappa, la vanillina, il lievito e con la forchetta cominciate ad amalgamare gli ingredienti. Quando sono amalgamati, Aggiungete il burro fuso o a temperatura ambiente e cominciate ad amalgamarlo al resto degli ingredienti e pian piano raccogliere la farina. Utilizzando le mani, cominciate a impastare fino a quando non si sarà ottenuto un panetto morbido ma compatto.
Versate un po' di farina sulla spianatoia e stendete l'impasto in un disco non troppo sottile di 50 cm di diametro circa (o di meno, con meno ripieno,il risultato sarà con la pasta piu' "alta").
Stendete la marmellata e adagiatevi le mele, uvetta strizzata, i fichi, la cannella. Spolverizzate con una manciata di pane grattugiato. Arrotolate il tutto facendo attenzione a non rompere la pasta (o lo arrotolate in un unico senso, oppure prima un lato e poi l'altro, congiungendoli al centro.
Imburrate la piastra del forno, cospargetela di pane grattugiato e adagiate delicatamente lo strudel. Spennellatelo con l'uovo sbattuto e infornate a 180° per 40 minuti o fino a quando la superficie sarà dorata.


Ecco l'interno ricco dello strudel di famiglia...



Lo Strudel per La cucina di frontiera - Calendario del Cibo Italiano - AIFB

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venerdì 8 aprile 2016

Torta del Donizét de la Bergamasca per Il Calendario del Cibo Italiano





Oggi si festeggia la GN della Torta del Dunizet, per il Calendario del Cibo Italiano per  Aifb e Ilaria Talimani ne è l'Ambasciatrice che ci racconta le origini di questa torta.
La leggenda vuole che Rossini, avendo a tavola come ospite un Donizetti afflitto e triste, fece preparare dal cuoco, un dolce. In realtà questa torta è stato ideata da Alessandro Balzer nel 1948 per celebrare il centenario della morte del compositore e operista bergamasco, che scrisse piu' di settanta opere, le piu' famose delle quali sono L'elisir d'amore,la  Lucia di Lammermoore, Don Pasquale.....
Anche lui, come altri musicisti, non ebbe vita facile, in quanto fu colpito da gravi lutti che lo portarono allo sconforto totale (dalla morte del padre, della madre e della seconda figlia, due anni dopo anche la terza figlia e la moglie, che morì di colera) tanto da fargli dire "Senza padre, senza madre, senza moglie, senza figli... per chi lavoro dunque ? Tutto, tutto ho perduto". Nonostante tutto, non smise mai di comporre opere buffe e drammi romantici.
La sifilide gli provoco' la pazzia, venne rinchiuso nel manicomio d'Ivry-sur-Seine da cui uscì solo qualche mese prima della morte avvenuta nel 1848. La sua tomba si trova nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo. E' sempre una grande emozione visitare un luogo dove è sepolto un personaggio che ha contribuito con i suoi capolavori ad arricchire il panorama musicale italiano.
E io, anche se non lo amo tanto quanto Verdi e Puccini, ho tanti ricordi legati al suo nome. Al Teatro Donizetti di Bergamo, ho suonato nell'orchestra dove ho conosciuto colui che è diventato poi mio marito. Quindi, come non avere un buon ricordo?

E per onorare questa giornata storica, ho voluto contribuire con questo dolce, che ha un disciplinare ben preciso da rispettare! Lo trovate descritto dettagliatamente qui: Torta del Donizét de la Bergamasca

Io ho ridotto le dosi, proporzionando tutto quanto.

Ingredienti
130 g Burro
 75 g Zucchero
4 Tuorli
2 Albumi n.
40 g Farina
50 g Fecola
40 g Albicocche candite a cubetti minimo
60 Ananas candito a cubetti minimo
Concentrato di maraschino alcune gocce
Vaniglia una bacca

Esecuzione
Montare il burro insieme a 60 grammi di zucchero, aggiungere i tuorli uno alla volta e amalgamare bene il tutto.
Montare a neve i quattro albumi con i rimanenti 15 grammi di zucchero ed incorporare lentamente al composto precedente.
Aggiungere gradatamente la farina, la fecola e quindi i canditi di albicocca e ananas, insieme agli aromi di maraschino e vaniglia.

Imburrare uno stampo a corona per ciambella del diametro di 24/26 cm., o uno stampo di silicone e versarvi il composto, mettere in forno a 180° per circa 40 minuti.
Lasciar raffreddare e spolverare con zucchero a velo.







lunedì 28 marzo 2016

Settimana del Quinto quarto per il Calendario del Cibo Italiano


Continua il nostro viaggio culinario con il Calendario del Cibo Italiano di AIFB e Cristiana Di Paola ne è l'Ambasciatrice, con un "ingrediente" che ad alcune persone puo' far arricciare il naso: il quinto quarto
Per quinto quarto si intendono gli stomaci, gli intestini, cuore, fegato, milza, reni (rognoni), cervello, lingua, midollo spinale (schienale), animelle (pancreas, ghiandole salivari, timo), per quanto riguarda il manzo; testa, orecchie, cotenna, coda e zampetti, budella, fegato, milza, diaframma e sangue, per quanto riguarda il maiale; rigaglie, fegatini, zampe, creste e tutto quanto si registra alla voce interiora per il pollo; testina, intestino, fegato, polmone, milza, diaframma, cuore, esofago, animelle, lingua, trachea per quanto riguarda l'agnello (la coratella d'agnello sono le interiora dell'agnello da latte) e così via. Anche la coda fa parte del quinto quarto.

Parti meno nobili dell'animale, ma che cucinate con fantasia e cura, risultano appetitose e interessanti.
Nella mia famiglia, quella che mangia di tutto, ma veramente di tutto nel vero senso della parola, sono io. E quando la sfida n. 38 di Mtc aveva come tema il Quinto quarto, io ho fatto i salti di gioia. Un po' meno, anzi per niente, marito e figlia, che proprio non li apprezzano.

Quindi, per onorare questa settimana, non potendo cucinare piatti nuovi, vi invito a visionare quelle che sono state le mie proposte per la famosa sfida.


Cuoricini di pollo con crema di fegatini allo Chardonnay su cialde di grana e insalatina di spinaci freschi all'aceto balsamico

Gusci di pasta matta con ripieno di cervella

Frolline di pasta matta con bocconcini di cervella su confettura di limoni

Frattaglie d'agnello trifolate, in coccio

Fegato alla veneta su cialda di pasta matta

Grzanka z mozdzkiem - Crostino di pane con cervella

Risotto con fegato, cuore e durello di pollo con aceto balsamico

Spiedini di cervella fritta con pomodorini glassati e cipolle borretane e mele caramellate al brandy e zenzero