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domenica 19 novembre 2017

Festa de Lo pan ner a Introd, Valle d'Aosta



La mia avventura inizia dal bellissimo B&B Le renard d'Introd, un gioiello immerso nel verde di prati e boschi, a 850 mt di altitudine, dove regna una pace che ti ristora e ti riappacifica col mondo intero, tanto che non vorresti piu' andare via da li per davvero. 
Nella parte privata dell'abitazione, arredata con un gusto raffinato ma senza eccessi, spicca un pianoforte mezza coda con appoggiati spartiti di ogni genere. Per ovvi motivi mi piace ancora di piu'!
I gestori, Alessandro e Andrea, mi mettono subito a mio agio, con la loro gentilezza e senso di ospitalità e mi servono una colazione stupenda, tutta preparata in casa dalle sapienti mani di Andrea, persino lo yogurt! Il tutto con il sottofondo delicato di musica jazz, e una splendida vista sulla valle.

Starei qui tutta la giornata, ma il dovere chiama. Eh si, perchè non sono in vacanza, ma sono qui per assistere ad un evento molto importante, la Festa de Lo Pan ner, ovvero Festa del pane nero, che si è tenuta nelle giornate 14 e 15 ottobre in Valle d'Aosta, Lombardia e Svizzera, durante le quali più di 50 comuni hanno riacceso i propri forni comuni per cuocere le tradizionali pagnotte di pane nero delle Alpi . AIFB (Associazione Italian Food Blogger), partner di questa iniziativa con la Regione autonoma della Valle d’Aosta, ha inviato 7 soci: io, CamillaTizianaElisabettaMonicaMaria Teresa e Cinzia, del Direttivo Aifb, che ha organizzato tutto quanto, per un blog tour nei vari paesi della regione che hanno partecipato alla festa del pane nero, nella giornata di sabato 14. E io sono stata "adottata" per l'occasione, dai simpatici "panificatori" di Introd. Persone comuni, che hanno altre attività, ma che per l'occasione si ritrovano a panificare questi splendidi pani con un entusiasmo e un' allegria contagiose!
Sono le 8 di mattina e mi incammino su per la salita verso il forno. L'aria è fresca ma piacevole.
Una volta arrivata vengo accolta da tutta la "banda del forno": Daniel, Roberto, Franco, Andrea, Marzia, Mathieu e Claudia che tra di loro parlano in Patois. Qualcosa ci capisco, ma molto poco. Pero' è bellissimo sentirli parlare tra di loro in quella lingua, con una cadenza quasi musicale. 
Lungo la strada e in prossimità del forno, ci sono palloncini e locandine che richiamano l'attenzione dei passanti. Ma come potro' constatare durante la giornata, le persone conoscono da anni questa manifestazione, e acquistano ad occhi chiusi senza chiedere piu' di tanto in proposito. Anzi, si fermano a parlare con i volontari del forno del piu' e del meno. Invece, le persone che passano di li per caso, e si distinguono perchè hanno la macchina fotografica al collo, chiedono persino di vedere come si fa il pane, e allora vengono invitati a entrare e ad assistere brevemente alla lavorazione.



Daniel è l'addetto al fuoco, che prepara con grande cura, perchè alla base di tutto c'è anche la giusta temperatura del forno.
Comincia a preparare la legna che non deve essere resinosa ma asciutta. Prepara un intreccio di ceppi all'imboccatura del forno, che spinge poi dentro con due lunghi pali e attizza il fuoco. E controlla che abbia preso con grande attenzione.

E mentre il fuoco arde, cominciamo a impastare gli ingredienti per formare le pagnotte.
Le dosi per preparare in casa il pane nero, della ricetta tipica valdostana sono:
Farina di segale integrale g 550
Farina di grano tenero tipo 0 g 250
Farina di grano tenero integrale g 200
Acqua g 620/650
Sale g 20
Lievito di birra g 20 *
*(in alternativa, lievito madre in quantità appropriata)
Ovviamente in questa giornata le dosi sono state aumentate....50 kg di farina, 5 kg farina di segale, 28 l di acqua.....

Si comincia col scaldare l'acqua sulla classica stufa a legna,a pesare gli ingredienti , a sciogliere il lievito.

Si mette tutto quanto nell'impastatore e si copre con un lenzuolo e una coperta di lana. Trascorsa quasi un'ora, si fa la "prova fiammifero". Si fa un buco nell'impasto e si accende un fiammifero. Se si spegne vuol dire che ci sono ancora i gas presenti nell'impasto. Se invece rimane acceso, vuol dire che l'impasto è pronto per essere lavorato. Vengono staccati grossolanamente dei pezzi, che prenderanno poi la forma di pagnotta, e si lasciano riposare sotto lenzuolo e coperta di lana.


Intanto il fuoco arde che è una meraviglia, scaldando tutta la volta del forno, che se diventa bianca, vuol dire che ha raggiunto la giusta temperatura.


Si riprendono i pezzi che avevano riposato sotto la coperta, si pesano, e si comincia a formare la pagnotta. L'impasto "grezzo" prende una forma piu' liscia e d armoniosa. Il profumo che si sente è fantastico.


Man mano che le pagnotte sono formate, si adagiano su tavole ricoperte da lenzuola e coperta di lana, sotto la quale riposano ancora fino alla lievitazione. Trascorso il tempo, vengono riprese poche alla volta e viene praticato un taglio, in questo caso a forma di spiga. 
Siccome una volta il forno del paese serviva a infornare il pane dei diversi nuclei familiari, ognuno aveva un suo simbolo o segno di riconoscimento, Quindi possiamo trovare pani con diversi tagli.
Anche qui ci vuole maestria, che si acquisisce col tempo. Il taglio deve essere della giusta profondità. Se si incide troppo si aprirebbe la pagnotta, Se si incide poco, non si cuocerebbe in maniera uniforme.

Si procede poi a dare forma anche ai galletti che vengono regalati ai bambini. Uvetta sultanina per fare l'occhio, ed è pronto per essere infornato.
Questa forma, che si trova sui campanili delle chiese e sui tetti delle case, è per ricordare l'influenza francese, che ha come simbolo appunto il gallo.

Mentre i pani prendevano forma e messi a lievitare, Daniel, si occupava della brace. Anche questo è un momento importante e fondamentale per la buona riuscita della cottura. 
Viene fatta cadere la cenere in una fessura all'imboccatura del forno, che viene poi prelevata in fondo da uno sportellino, facendo attenzione a rimuoverla completamente.

Una volta svuotato, l'interno viene lavato con uno straccio per rimuovere ogni risiduo. Ecco perchè c'è sempre un lavatoio di fianco al forno!
Una volta lavato tutto, si chiude immediatamente lo sportello, per evitare che si raffreddi l'interno.

Le pagnotte man mano vengono intagliate, adagiate su una lunga tavola e portate fuori per essere infornate. Anche qui il gioco di squadra è importante. Con gesti ormai consolidati nel tempo, le pagnotte, una alla volta, vengono adagiate sulla pala e inserite nel forno iniziando dal lato sinistro e a semicerchio per essere sicuri che tutte abbiano lo stesso grado di calore. Niente è approssimativo e lasciato al caso!

Mentre i pani cuociono, si rientra nel forno, perchè non è mica finita qui! Si devono preparare i pani dolci! E intanto curioso un po' in giro....
Questa è la madia dove una volta si impastavano gli ingredienti per fare il pane. La fatica era ben diversa in confronto a quella che si fa ai giorni nostri, grazie all'aiuto di grandi impastatori. Il risultato è uguale, ma forse toglie un po' di magia, poesia, esperienza....come per tutti gli impasti fatti a mano, l'impasto prende forma sotto le proprie mani, e solo la sapienza e l'esperienza fanno dire e sanno capire quando è pronto.

La scritta in Patois:
"Sensa pan e menti fei pa bon voyatze, lo bon pan làt lo flo de la chau
La farenna di dzallo feit pa de bon pan. Lo pan di mètre l'at sat croute"
dovrebbe significare, come mi ha tradotto Floriano, il collega trombonista valdotain di mio marito:
"Senza pane e mantello non si fa buon viaggio. Il buon pane ha il profumo della cenere.
La farina del diavolo non fa del buon pane, il pane dei maestri ha una crosta particolare"



Burro e latte vengono scaldati e mescolati. Di solito è un'operazione che si fa con le mani, ma visto che è un po' troppo caldo...viene mescolato con una banalissima pala. Anche qui le quantità di burro, latte, uvette e fichi secchi fanno "rabbrividire" per la dose....
I fichi vengono tagliati a pezzetti, mescolati insiene all'uvetta sultanina e aggiunti all'impasto.
Il procedimento è uguale a quello del precedente impasto, con le stesse fasi di lievitazione, formazione pani, riposo sotto la coperta e formazione pagnotte, alla quale partecipo pure io!


Mentre le pagnotte dolci riposano sulle tavole e sotto la coperta, andiamo a togliere il pane dal forno. Per capire se è cotto, viene tamburellato il fondo. Se fa un bel suono, che si capisce anche qua con l'esperienza, si toglie e si adagia su una grande tavola di legno. Anche il galletto è pronto!!
Mentre fuori dal forno si toglievano i pani, all'interno si procedeva a fare i tagli su quelli dolci, adagiarli sulla tavola di legno e portati fuori per la cottura.
Mentre aspettiamo la cottura dei pani dolci, vendiamo i pani preparati precedentemente, che sono ancora caldi, beviamo vino da una tazza sbeccata, che ci passiamo con allegria l'uno all'altro. Non c'è tempo per fare gli schizzinosi! E' un momento conviviale unico. Ci fermiamo un attimo perchè sta passando una mandria di mucche che stanno scendendo dalla malga per ritornare alla stalla, dopo la lunga stagione estiva. Il suono dei campanacci e l'invasione della strada sono un momento quasi magico. Adulti e bambini si fermano con gli occhi spalancati.
I pani dolci sono pronti! IL profumo che si sente nell'aria è qualcosa di indescrivibile.

E ora che i pani sono stati cotti e venduti quasi tutti, possiamo pensare a mangiare. Ci sediamo alla tavola di legno dove fino a poco prima avevano lievitato i pani. E mangiamo formaggi, salumi,torte salate, verdure sott'olio e bevuto ottimo vino.
La "banda del forno piu' scalchignato della valle", cosi' l'ha soprannominato spiritosamente Claudia, si scusava per il pranzo rustico e parco, che non erano riusciti a preparare altro...ma li ho rassicurati dicendo che era stupendo condividere questi attimi cosi' naturali e spontanei, condividendo prodotti genuini, preparati in casa, semplicemente fantastici.

Ora che siamo sazi e che i pani sono stati quasi tutti venduti, ci mettiamo in posa per la tradizionale foto di gruppo, che servirà come foto ufficiale per la giornata che si svolgerà il giorno seguente ad Aosta.

La giornata sta quasi volgendo al termine. Ci trasferiamo tutti giu' alla piazza di fronte alla Maison Bruile, dove vengono venduti i pochissimi pani rimasti, sorseggiando succo di mele e vino caldo speziato leggermente dolce, accompagnato da tozzetti di pane secco, che vengono ammorbiditi dal vino, chiamato Seuppa de l'âno, cioè zuppa dell'asino, forse perché se ne mangi/ bevi una scodella scopri la vicinanza tra l'uomo e l'animale! 

Insieme a Daniel andiamo a visitare il Museo Etnografico Maison Bruil- Maison de l'alimentation uno dei piu' importanti esempi di architettura rurale del Gran Paradiso. Tutti gli spazi necessari all'uomo e agli animali erano raggruppati in spazi ben definiti, sotto lo stesso tetto. Si trovano "la crotta" cioè la ghiacciaia naturale, lo spazio per l'essicazione, la cantina, il solaio, insomma, merita davvero una visita per capire come vivevano e conservavano tutto cio' che coltivavano e producevano, i contadini che abitavano questi luoghi.

Finchè c'è luce, mi addentro tra i vicoli di Introd. Un paese veramente pittoresco. Il suo nome deriva da Interaquas, in francese Entre eaux, per la sua posizione tra la valle di Rhémes e Valsavarenche, che fanno parte del Parco del Gran Paradiso. Da visitare sicuramente Maison Bruil, il Castello del 1260. passare sul ponte alto piu' di 80 mt costruito durante la Prima Guerra Mondiale. Questi luoghi sono famosi anche perchè in località Les Combes, una piccola frazione, Papa Giovanni Paolo II trascorreva le sue vacanze estive.

Un bellissimo tramonto mi fa capire che la giornata è giunta al termine. E' stata una giornata piena di emozioni, novità, scandita da momenti di attesa, gesti, parole, risate.
Una giornata fuori dal comune. Perchè ormai siamo abituati quasi tutti a comperare il pane nella grande distribuzione. A volte in eccesso, E tante volte lo si butta con leggerezza. Un gesto che dovrebbe far pensare. Dietro alla lavorazione del pane c'è una ritualità, un lavoro e una tradizione, che non si devono perdere assolutamente. Una volta i forni dei paesi erano un grande momento di aggregazione. Le famiglie si riunivano e panificavano per tutto l'anno. Dovremmo portare tutti piu' rispetto per questo alimento che accompagna le nostre pietanze e che ha una storia veramente antica. Un paio di anni fa ho fatto una ricerca sui forni tradizionali, i pani delle feste e tutte le tradizioni che ruotano intorno al pane. Trovate il mio articolo qui: Pani tradizionali delle Valli di Lanzo

Il giorno successivo, dopo un'altra fantastica colazione B&B, salutati Alessandro e Andrea, mi dirigo verso Aosta dove incontro le altre socie, (foto "rubata" a Monica) in piazza Chanoux, dove prosegue la festa. Abbiamo allestito lo stand dove pubblicizziamo le ricette preparate appositamente per l’occasione, partecipando ad un contest indetto dal comitato organizzatore, in collaborazione con la Regione Autonoma. Tutte le ricette prevedono il pane di segale come ingrediente principale della preparazione.



La giornata è davvero terminata. Si ritorna a casa con un sacchetto pieno di pane nero e dolce, formaggio, lardo....con il ricordo dei giorni passati tra montagne e gente stupende, che ci hanno dato l'occasione e l'onore di partecipare ad una festa cosi' unica e ricca di tradizione.

E poi, tra le altre cose, parlando con un signore, che ha un B&B proprio di fronte al forno, ho scoperto che era il marito di una ex violoncellista, sorella di una violinista che conoscevo da ragazza ma che avevo perso di vista. E conoscevo il loro papà, violinista dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Milano, quando ancora esisteva questa realtà. Mi ha mostrato l'album delle fotografie che lo ritraevano e mi sono davvero emozionata. E una volta arrivata a casa l'ho ricontattata. Bè, è stato un momento emozionante pure questo.
Questo viaggio mi ha portato tante cose, che terro' per sempre nel mio cuore. Quindi, davvero grazie a tutti quanti.


giovedì 19 novembre 2015

A.I.F.B: Blog tour nelle terre marchigiane



Eccomi di nuovo in viaggio, alla scoperta delle eccellenze che distinguono il nostro Paese. Questa volta, grazie ad AIFB- Associazione Italiana Food Blogger è nelle Marche, terra della quale ignoro la conoscenza diretta, per cui, quando sono stata invitata a partecipare a questo blog tour, sono stata ben felice di partire! Arrivata alla stazione di Civitanova Marche, sono stata accolta da Mariangela
Giada, le due socie che hanno preso i contatti con i migliori produttori maceratesi, facendo si che questo nostro viaggio conoscesse le eccellenze del territorio.


Compattato il gruppo, ci siamo recate alla  Locanda Fontezoppa, dove abbiamo soggiornato per tutta la nostra permanenza. Una bellissima struttura immersa nella vigna, dallo stile moderno e rustico insieme. Le camere hanno il nome delle cinque etichette piu' importanti dell'Azienda, e io ero nella Carapetto, e questo dimostra il legame sentito tra la locanda e la cantina.  Il nome deriva da un’antica fonte d’acqua che sgorgava dove oggi si rincorrono i filari delle vigne.
E siamo stati pure fortunati perché avendo appena raccolto dell’uva cabernet sauvignon abbiamo assistito alla diraspatura, ovvero alla separazione degli acini dell’uva dai raspi.
La cantina attinge da vitigni impiantati intorno a Civitanova Alta, dal  Sangiovese, Merlot, Cabernet, Lacrima, Maceratino, Incrocio Bruni al Pecorino ma anche a Serrapetrona si trovano gli impianti di Vernaccia Nera, Pinot Nero e Sangiovese.



La prima tappa del nostro viaggio ci ha portate a Potenza Picena presso il Frantoio Torresi, attivo dal 1964. Ci accoglie Tommaso, il giovanissimo erede di questo frantoio, che insieme alla madre, ci illustra la storia della loro attività. Storia che è ben visibile alle pareti, in quanto è testimoniata da vecchie foto in bianco e nero che ritraggono i capostipiti, Nello Torresi e Giuseppina Macellari, e dalla scritta "Il futuro ha un cuore antico", lo slogan che la famiglia Torresi ha scelto per rappresentare al meglio la propria attività: evoluzione nel tempo, mantenendo pero' intatti i principi che l'hanno sempre contraddistinta.

Ci hanno fatto degustare i loro prodotti e spiegato in termini tecnici le varie fasi per degustare l’olio. Innanzi tutto fate attenzione al colore, se l’olio si presenta di colore verde contiene più clorofilla oppure se di colore giallo contiene più carotene. Quello giallo è piu' maturo, mentre quello verde è piu' acerbo. Quando si sceglie un olio, siamo colpiti dall'odore, quindi stimoliamo il profilo sensoriale, poi nel palato, stimolando le papille gustative della lingua e poi la memoria olfattiva, quello che risale alla mente non appena lo annusiamo e poi quella visiva, distinguendone il colore.
Questa è la sequenza per assaggiare l'olio: versate una piccola quantità in un bicchierino, scaldate l’olio ponendo il bicchierino nel palmo della mano, con l’altro palmo coprite il bicchierino e iniziate a muovere in modo circolare il bicchierino nel palmo della mano. La rotazione deve essere dolce e lenta. Portate il bicchierino al naso e annusate l’olio con lo scopo di captare tutte le sensazioni gradevoli o meno. Assumete una quantità di olio pari ad un cucchiaino nella cavità orale, senza ingerirlo. Aspirate dell’aria, lentamente e delicatamente, poi in modo più vigoroso in modo da vaporizzare l’olio nel cavo orale. In questo modo vi è un primo contatto con le papille gustative. Fate attenzione alla percezione degli stimoli positivi di amaro e piccante. Fate riposare la bocca muovendo lentamente la lingua contro il palato. Aspirate nuovamente l’aria portando la lingua contro il palato e le labbra semiaperte, questa azione viene definita "strippaggio". Fra un assaggio e l’altro dell’olio per pulire la bocca una fettina di mela.


I prodotti di punta dell’azienda sono il Cuoreverde, che presenta un buon fruttato erbaceo e un profumo di mandorla acerba, è un olio sostanzialmente dolce e il Fiordolio armonico ed equilibrato dal colore verde con riflessi dorati, presenta un fruttato leggero con piacevoli note erbacee unite al sentore di mela, pomodoro e mandorla.
L'intensità e l'equilibrio di un olio d'oliva sono dati dalla qualità dell'oliva e il luogo dove è stata coltivata. Ad esempio. l'Ogliarola barese e la Coratina, che si coltivano al sud, producono un olio leggermente piu' piccante e amaro, in quanto essendo piante esposte al sole, mancando piu' acqua, reagiscono mettendo piu' antiossidanti nel frutto.
E' presente poi la qualità locale Pendolino, piu' delicata.

Alla fine della visita, Tommaso ci ha portate a visitare velocemente il paese.......selfie d'ordinanza di gruppo e poi con un gruppo di simpatici e curiosi anziani del posto che appena ci hanno visto, hanno incominciato a parlottare tra di loro...forse non avevano mai visto delle giovincelle cosi' briose tutte in un coplo solo!


Ritornate alla Locanda,abbiamo degustato i migliori vini.....


e deliziosi piatti........


La serata è stata allietata dalla sapienza del Prof. Carlo Cambi, uno dei più autorevoli giornalisti enogastronomici d’Italia. Una persona cosi' colta, ma semplice, che non si vanta del suo profondo sapere, che è stato un onore averlo alla nostra tavola.



Il nostro viaggio procede, dopo aver fatto colazione, verso Monte San Giusto, un piccolissimo borgo in provincia di Macerata, per la visita guidata del pastificio artigianale La Pasta di Aldo.
Ad esser sincera pensavo che il signore che ci aveva accolto, si chiamasse Aldo, ma ci ha subito svelato che questo nome è l'acronimo dato dai cognomi dei 2 titolari (Luigi ALzapiedi e Maria DOnnari) e che quindi il suo nome è Luigi! Ci racconta la sua storia, che nasce lontano, quando lui aveva 6 anni ed imparava dalla nonna l'arte di tirare la sfoglia. Svolge altri lavori ma il suo pensiero è sempre rivolto alla pasta fatta in casa, cosi' a 40 anni, fonda l'azienda che crea questa pasta eccellente, dove le sue mani esperte mescolano semole selezionate che fa essiccare con naturale lentezza per ottenere un prodotto di altissima qualità, tanto da essere scelto da Heston Blumenthal, (chef britannico, 3 stelle Michelin) a rappresentare la pasta in un programma della BBC dal nome "Perfection".

Per fare l'eccellenza le materie prime devono essere straordinarie e Luigi in questo è maniacale: sceglie con cura le semole di grano duro (tutte rigorosamente italiane, dall'Umbria alla Sicilia) diversificandole a seconda dei prodotti. Ad esempio: il tagliolino è fatto con un grano che assorbe poca acqua, così in cottura resta duro, uova rigorosamente biologiche, essiccazione lenta e a bassa temperatura. Amici ingegneri hanno realizzato le macchine per la lavorazione della pasta, quindi sono davvero uniche e speciali.
Staremmo ore e ore ad ascoltare le parole di questo esile uomo, che ci trasmette tutta la passione e la maestria in tutto quello che fa. Ma la tabella di marcia è copiosa di appuntamenti e a malincuore, ma con pacchi di pasta che abbiamo acquistato, salutiamo Luigi e Maria.


La tappa successiva è per il pranzo che consumeremo presso l'Agriturismo Agra Mater a Colmurano (MC), dove vengono utilizzate le materie prime coltivate nell'orto per creare menù settimanali nel totale rispetto della stagionalità dei prodotti.
Il tempo è davvero inclemente ma Lara e Melissa ci servono piatti deliziosi e curati nei minimi particolari accompagnati dalle birre artigianali di Birrifirma. Le etichette sono simpaticissime, come la campagna pubblicitaria, e ognuna ha col proprio gusto che si sposa ai vari piatti assaggiati. Non pensavo si potesse pasteggiare degustando birre al posto dei vini! Marco Simoni ci presenta anche il suo idromele. La struttura è dotata di fantastiche camere, quindi, chi volesse gustare cibo e birra in quantità puo' soggiornare senza problemi e visitare i dintorni che sono veramente fantastici.



Lasciato l'Agriturismo, abbiamo visitato il centro storico di Macerata, città medievale sede di un'antichissima università, con la guida turistica Michela Marconi, che ci ha fatto scoprire i segreti dello Sferisterio, e per una musicista come me, è stata un'emozione vedere questo piccolo gioiello, che d'estate si riempie di colori e note.....

....e alle 18, dopo aver visto in funzione l'Orologio astronomico della Torre Civica, i cui originali (statue e quadrante dello zodiaco) sono conservati all'interno del Palazzo Bonaccorsi che abbiamo visitato e ammirato in tutta la sua maestosità di affreschi e galleria di quadri.....

.....passeggiato tra i vicoli della città....


.....il pomeriggio si è concluso presso l'azienda agricola Si.Gi, dove Martina Buccolini e la mamma ci fanno degustare confetture, gelatine, sott'olio e liquori fatti a mano utilizzando sapori e profumi dell'antica tradizione marchigiana, come la giuggiola, la visciola, la mora di rovo, il vincotto.

Anche da qua è impossibile uscire a mani vuote!


Per cena ci attendono alla Trattoria da Ezio, una vera istituzione cittadina, uno di quei locali un po' retrò ma nei quali si mangia la vera cucina di tradizione. La signora Mirella ci fa provare i vincisgrassi, (non chiamatele lasagne!!), tipico piatto maceratese e la pasta col sugo di papera, oltre ad una ottima zuppa inglese.



L'ultimo giorno di questo lungo e intenso blog tour lo dedichiamo alla visita dell'azienda Varnelli, a Muccia, la più antica casa liquoristica delle Marche, fondata nel 1868, che produce artigianalmente distillati e liquori attingendo a ricette segretissime.
L'azienda ha una lunghissima storia, ed è attualmente gestita da 3 sorelle, Simonetta, Donatella ed Orietta, soprannominate Le Sibille....
Simonetta ci porta a vedere la produzione dell'amaro di cui ci sono due versioni, il Sibilla ed il Tonico. Anche se il Varnelli, a base di anice, tipica correzione del caffè è il prodotto principe indiscusso, non mancano altri prodotti per i piu' golosi, come quello a base di cioccolata.
Maura ci accompagna nella seconda parte del tour, e ci mostra la zona di produzione del liquore al caffè, fatto rigorosamente con espressi preparati uno ad uno e poi passiamo nella zona dell'imbottigliamento
Degustazione dei prodotti tipici, come il buonissimo ciauscolo e altre leccornie, foto finale e acquisti suggellano la fine di questo nostro stupendo e istruttivo viaggio in terra marchigiana.

Ritorniamo alla stazione e dopo i saluti di rito, che non finiscono mai, ognuna di noi ritorna nel luogo d'origine, con negli occhi, nella mente, e nel cuore, i racconti e i prodotti di tutte le persone che abbiamo conosciuto, e con il pensiero che la nostra Italia è proprio un bel paese, ricco di eccellenze, che vanno scoperte e condivise. Grazie Aifb! e ai miei compagni di viaggio!

sabato 7 novembre 2015

Blog tour Aifb in Garfagnana. Atto secondo


....si riprende il tour! Ritemprate da una bella dormita e da una abbondante colazione, di primo mattino, sotto un cielo finalmente sereno, ci rechiamo a visitare Banca del Germoplasmala a La Piana di Camporgiano. La direttrice, Fabiana Fiorani, ci illustra l'importante progetto regionale che consiste nella tutela e nella valorizzazione di antiche varietà locali di piante e alberi da frutto, attraverso un recupero attivo.

Nel terreno adiacente alla Banca del Germoplasma, vengono coltivate mele lucchesi e mele casciane, il fagiolo fico, il pomodoro fragola, il cavolo di Tresillico, la mela del Giappone (una località della Garfagnana)

Il recupero di queste varietà è avvenuto chiedendo ai bambini delle scuole di portare i semi delle piante che i nonni coltivano nell’orto e il loro utilizzo. In questo modo, non solo si è recuperato il vegetale ma anche un insieme di saperi e di modi di consumo, che possono anche variare da famiglia a famiglia.
La sezione di Camporgiano è stata inaugurata nel 2008 grazie ad un accordo tra l’Unione dei Comuni e la Regione Toscana, e le varietà vegetali sono conservate sia ex situ, cioè sotto forma di semi nelle celle frigorifere, sia in situ come piante vive, nel terreno tutto attorno al piccolo edificio.


Ci sono poi i numerosi coltivatori custodi, volontari che "adottano" una o più varietà vegetali, piantandole nel loro terreno (almeno 3 esemplari per ogni varietà) per proteggerle dalle contaminazioni, contribuendo così a evitarne la scomparsa. Fabiana ci porta nel giardino di casa sua, dove ci fa conoscere il marito, e ci mostra, oltre agli altri meli, un rarissimo "melo morto", che ha regalato al marito, e che viene coltivato e difeso con estrema cura.


Tutte le varietà di piante recuperate con il contributo della comunità, vengono diffuse e distribuite ai coltivatori locali situati in un piccolo raggio, in quanto le sementi non possono essere vendute perché non sono iscritte al registro comunitario delle varietà, ma solo in quello regionale. Il processo per renderle commercializzabili, però, è reso lungo e tortuoso dalla burocrazia oltre che essere contrastato dai grandi produttori sementieri, che considerano questi progetti come una concorrenza, secondo me stupidamente, perchè si corre il rischio di perdere un patrimonio storico importantissimo!

Lasciamo i campi e ci rechiamo al birrificio La Petrognola accolti da Roberto Giannarelli, che dopo averci fatto calzare e indossare cuffie, mascherine, sovrascarpe e camici, perchè non deve entrare nessun tipo di contaminazione esterna, essendoci la presenza di preziosi lieviti, ci mostra la sua azienda, fondata nel 2002, quando decide di iniziare la produzione della birra di farro, in una piccola stanza con pochissima attrezzatura. La birra di farro inizia ad avere il successo che merita, e nel 2006 è stata premiata come miglior birra artigianale dell'anno. Roberto che ci ha spiegato minuziosamente il processo di produzione, attraverso i vari passaggi: proteasi, metamilasi, alfamilasi, la coagolatura delle proteine che sembran fiocchi di neve, l'aggiunta del luppolo, la bollitura, la centrifuga, l'aggiunta di ossigeno per far partire i lieviti che da aerobici si convertono in anaerobici, e poi l'imbottigliamento... le tipologie di birre prodotte con tutte le difficoltà e le accortezze (sopratutto igieniche) da adottare.


Dopo questa interessante visita siamo stati ospiti dell'agriturismo Il Grillo, accolti dal giovane titolare, Stefano Bertolini ci ha coccolati proponendoci un antipasto tutto a base di farro : insalata di farro, arancino al farro e quiche con farina di farro, pasta con farina di farro ed ortiche condita con un ragù bianco di salsiccia e torte e biscotti con marmellate di loro produzione.


Nel pomeriggio abbiamo avuto il piacere di visitare il Caseificio Marovelli, a Vibbiana, dove si puo' ammirare la Fortezza delle Verrucole, visitata il giorno precedente, e che oggi, vista con il sole, acquista un'aria meno "inquietante e misteriosa".
Qui, la famiglia Marovelli produce da anni formaggi, sopratutto pecorino, ricotta, jogurt ed un'altro formaggio chiamato Bagiolo, che i produttori chiamano "Bagiolo il bacio diventato formaggio".


Ormai la giornata di visite è giunta al termine e ritorniamo in hotel, dove ci aspetta una rilassante e buonissima cena

Il tempo di postare qualche foto sui social, ridere a crepapelle con Elena, la mia compagna di stanza, per i selfie piu' terribile del secolo....e di nuovo a nanna....domani è l'ultimo giorno e ci aspettano altri programmi, si paventa la possibilità di escogitare un piano B, visto che saremo in "esterna" tutto il giorno e il tempo non promette nulla di buono....ma staremo a vedere, domani è un'altro giorno, come disse Rossella in Via col vento.....