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sabato 9 giugno 2018

Risotto con triglie, pistacchi e limone




Mtc ha cambiato veste. Si é rinnovato. Non piu' la sfida mensile alla quale si partecipava piu' o meno forsennatamente, con calma, con fantasia, con azzardo, con il coltello tra i denti, con entusiasmo, con "nonsalanscccc", ecc ecc ecc. postando man mano, dando cosi' la "possibilità" alle piu'.... "pigre", di curiosare e prendere spunto o scopiazzare tra le ricette che man mano spuntavano come funghi.
Ora si posta tutte alla stessa ora e lo stesso giorno. Suspanssssss fino all'ultimo momento. Nessuna sa cosa fa l'altra fino al giorno X. Come un compito in classe dove è proibito copiare. Ed era ora. Si. Mi piace questa nuova formula. Da un' atmosfera di sano mistero. Un po' come ad essere ad un concorso, ti danno un brano obbligatorio (gli "ingredienti") e poi tu ci metti del tuo, con la tua interpretazione, musicalità, bravura e diciamolo, anche una botta di culo, perchè a volte (e non solo a volte) dipende da molti fattori (chi c'è in commissione, come si è svegliato, con chi hai studiato, quanto sei spinto ecc....) la tua vincita o no. E non sempre vince il/la migliore. O a volte, se tutto è pulito, il livello è davvero talmente alto , da mettere in crisi la commissione.
Quindi, per la seconda tornata (perchè la prima, tra mille vicissitudini e problematiche varie mi è scivolata via come un'anguilla....) delle selezioni per l'ingresso nell' MTC S-Cool, si senza acca, alzata la MysTeryCloche, scoperti gli ingredienti obbligatori Fragole Riso Faraona Limone Pistacchio Triglia Caffè, ho deciso di provarci. Con lo spirito decoubertiano, "L'importante non è vincere ma partecipare", che ho sempre applicato anche nella vecchia versione Mtc, mi sono cimentata in un piatto semplicissimo, normalissimo, senza chissà quali effetti speciali per stupire a tutti i costi. Semplicemente buono e basta.
E ringrazio anche la mia amica Elena. Lei sa perchè. Anche lei semplicemente buona e basta.

Ingredienti
130 g riso Carnaroli
10 triglie ( o di piu' secondo i gusti)
pistacchi q.b.
1 limone
1 cipolla piccola
1 carota piccola
brodo vegetele
vino bianco q.b.

Esecuzione
Aprite le triglie e togliete le spine, aiutandovi con una pinzetta, ricavando cosi' dei filetti. In una padella antiaderente fate cuocere dalla parte della pelle (che ho lasciato per creare un effetto cromatico in fase di impiattamento), 5 triglie, con un filo di olio extra vergine d'oliva.
Sgusciate i pistacchi e tritateli grossolanamente con la lama del coltello.
Grattugiate la parte gialla della buccia di un limone.
Tagliate finemente la cipolla e a dadini la carota e fatele stufare con un filo di olio extravergine d'oliva. Aggiungete il riso, fatelo tostare, sfumate con vino bianco. Aggiungete il brodo, man mano che il riso lo assorbe.
Cinque minuti prima della fine della cottura del risotto, aggiungete i filetti delle 5 triglie rimaste, crude e senza pelle, tagliate a tocchetti, una parte di pistacchi e una parte della buccia di limone.
Mantecate bene con una noce di burro e impiattate secondo i vostri gusti, decorando con una spolverata di pistacchi e di limone.


e se volete presentarlo in occasione di un buffet.....



con questa ricetta partecipo a MysTeryCloche


giovedì 26 aprile 2018

Risotto con finocchio, pera e Taleggio


Ecco qua, una ricetta con un ingrediente molto importante per la nostra alimentazione: il riso.
Una volta raccolto a mano dalle mondine, che con la schiena china e le gambe in ammollo nell'acqua, intonando canti per alleviare la fatica, si guadagnavano da vivere.
Molte notizie le trovate dettagliate nel blog Ricette e racconti di riso di  Valentina Masotti, ideatrice insieme ad Aifb, del contest "E tu come lo mantechi".
Poche e semplici "regole" per realizzare questo piatto.
Come riso ho utilizzato un Superfino Baldo, derivato dall'incrocio dell'Arborio, tipico del novarese, vercellese e pavese, che ha la caratteristica di assorbire bene i condimenti, e di ottenere un risotto cremoso e ben amalgamato.
Il finocchio perchè conferisce dolcezza e freschezza al risultato finale.
Il Taleggio DOP, che con la sua cremosità e gusto amalgama bene tutti gli ingredienti.

(Le zone di produzione di questo formaggio sono la Lombardia (nelle province di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Milano, Pavia), il Piemonte (provincia di Novara), il Veneto (provincia di Treviso). La sua produzione nasce dall'esigenza degli abitanti della zona di conservare il latte prodotto in eccedenza. Inizialmente il formaggio così prodotto veniva chiamato “stracchino”, nome che per secoli in Lombardia ha contraddistinto, più che un determinato formaggio, in generale tutti i formaggi molli a forma quadrata. Il termine deriva dall'espressione dialettale "strach", che significa stanco, e si riferisce probabilmente alle condizioni delle mucche che giungevano in pianura dopo un lungo periodo estivo di permanenza in alpeggio.
Il nome Taleggio risale invece ai primi del Novecento, quando i casari della valle omonima sentirono la necessità di distinguere i loro formaggi da quelli provenienti da altre zone

E la pera?...per il detto "Al contadin non far sapere..." mi è venuto spontaneo aggiungerla sia nella fase finale della cottura, sia a cubetti come guarnizione.
E visto che "Il riso nasce nell'acqua e muore nel vino"....un bel e buon Barbera d'Asti DOCG ad accompagnare questo piatto.

Ingredienti per due persone
120 g riso Superfino Baldo
1/2 cipolla bianca
1 finocchio
1 pera
150 g di Taleggio DOP
Brodo qb
1 bicchiere vino rosso (io Barbera d'Asti DOCG)

per i cestini
Grana Padano qb

Esecuzione
Preparate i cestini di formaggio. In un padellino antiaderente mettete sul fondo la carta forno. Versate il Grana Padano grattugiato e livellate. Quando comincia a sciogliersi e imbiondire leggermente toglietelo e capovolgetelo su una tazza o stampini per dare la forma desiderata. Togliete delicatamente la carta e proseguite con lo stesso procedimento per gli altri cestini. (uno per commensale)
(io ho usato un padellino da 20 cm di diametro, ma sarebbe meglio leggermente piu' grande per poter dare una forma migliore ai cestini, che di solito mi riescono molto meglio rispetto a questi)

Tagliate finemente la cipolla e fatela appassire dolcemente con un goccio di olio extravergine d'oliva. Aggiungete il finocchio tagliato non molto finemente. (se volete che il finocchio rimanga piu "croccante", aggiungetelo qualche minuto prima della fine della cottura)
Aggiungete il riso e fatelo tostare per qualche minuto, mescolando sempre. Sfumate con il vino. Aggiungete il brodo caldo man mano che viene assorbito quello precedentemente aggiunto.
Cinque minuti prima della fine della cottura (all'incirca 15 minuti), aggiungete la pera tagliata a cubetti. A fine cottura, aggiungete il Taleggio e mescolate delicatamente.
Versate il risotto nei cestini preparati precedentemente decorando con qualche cubetto di pera cruda. (se avete la "barba" del finocchio. la parte verde in cima, per capirci. potete unirla al risotto o usarla come decorazione. I miei erano senza....)




con questa ricetta partecipo al contest

                                                     E tu come lo mantechi?

sabato 24 marzo 2018

Afternoon tea...very simply. And simply goodbye.


Questo mese per la sfida Mtc 71 andiamo tutti oltremanica...a Bath per la precisione. La vincitrice della precedente sfida, Valeria del blog Murzillo saporito, ci invita a preparare un afternoon tea in perfetto stile inglese.

Confesso che quando ho visto la ricetta, ho pensato di non partecipare. Per tanti motivi. Non che abbia nulla contro gli inglesi, il tea, la sfida o altro. Semplicemente no. 
Poi, mi sono "sforzata" e avendo saltato la precedente sfida, e dovendo7volendo rispettare un regolamento, mi sono ridotta all'ultimo, come potete vedere, a partecipare. Alla mia maniera, di corsa, senza preparazioni strabilianti. Già tanto che sono riuscita a fare tutto questo.
Non ho nemmeno il tempo e la testa e la voglia di scrivere altro. Per questo motivo vi invito a guardare le ricette delle altre sfidanti che hanno onorato con dovizia di particolari questo tema.

La mia preparazione prevede delle girelle di pasta brisè con pesto, prosciutto e Parmigiano Reggiano, panini integrali al latte con burro salato e marmellata di ciliegie fatta in casa da accompagnare con tea...già...quale tea? Sinceramente non lo so come si chiama. Lo ha comperato mio marito nell'ultima sua touneè in Oman. Posso solo dire che è affumicato e ha un sapore deciso. Come vedete, niente di esaltante.

E con questa sfida English style, saluto tutti e tutte. Mi prendo una pausa che non so quanto lunga sia. Dipende. Da tante cose. Ciao.....o forse.....goodbye.


Ingredienti per i panini:
300 gr farina di manitoba
200 farina integrale
  25 gr lievito di birra
  60 gr zucchero
    7 gr sale
300 ml latte
  50 gr burro

Esecuzione
Sbriciolate il lievito di birra in una ciotola, aggiungete due cucchiaini di zucchero e unite 100 ml di latte appena tiepido; mescolate per sciogliere i grumi e coprite la ciotola con un piattino, attendendo che sulla superficie del latte si formi una leggera schiuma. Nel frattempo scaldate appena il resto del latte, unitevi lo zucchero restante, il burro fuso e il sale, quindi mescolate bene per sciogliere il tutto.
Nella planetaria o in una ciotola capiente versate la farina, il composto di latte e il lievito che nel frattempo avrà formato la schiuma .Amalgamate fino a a che l'impasto sarà incordatoper almeno 15 minuti
Ponete l'impasto in una capiente ciotola e copritelo con un panno leggermente umido; mettetelo a lievitare in un ambiente tiepido e senza correnti d’aria per almeno due ore: la pasta deve raddoppiare il suo volume
Quando la pasta sarà lievitata, toglietela dalla ciotola e formate un salsicciotto e dal filone di impasto ricaverete tanti pezzetti del peso di circa 30 gr ciascuno con i quali formerete delle palline che adagerete su di una teglia foderata con carta forno. Per formare i panini non dovrete prendere il singolo pezzetto di pasta e formare una palla con movimento rotatorio dei palmi delle mani (come per fare una polpetta), perchè i panini non risulterebbero lisci, ma pieni di grinze. Dovrete invece lavorare il singolo pezzetto di impasto prendendolo con le dita delle due mani, tirare i bordi della pasta verso il basso e spingerla con i pollici alla base, premendola poi per saldarla.  Così facendo, porterete le increspature alla base della panino e la sua superficie risulterà liscia; la successiva lievitazione attenuerà tutte le increspature sottostanti. Spennellate i panini ottenuti con del latte tiepido e lasciateli lievitare per almeno mezz’ora in un posto tiepido e privo di correnti d'aria.
Nel frattempo accendete il forno a 220° e quando i panini saranno nuovamente lievitati, spennellateli con l’uovo sbattuto e infornateli per circa 18 minuti. Quando si saranno imbruniti, estraete i panini dal forno e lasciateli raffreddare.
(Questi panini, in versione non integrale li avevo preparati anche nel lontano 2013)

Per le girelle:
2 confezioni di pasta brisè, pesto, prosciutto cotto, Parmigiano Reggiano grattugiato

Esecuzione
Stendete la sfoglia , spalmatela con il pesto, spolverizzate con il Parmigiano e adagiate le fette di prosciutto. Arrotolate e tagliate a rondelle e a losanghe.
Infornate a 180° per 15 minuti o fino a quando risulteranno dorate in superficie.


Con questa ricetta partecipo alla sfida n 71

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sabato 20 gennaio 2018

Karaage con salsa Kamikaze (Pollo fritto alla giapponese con salsa al Kamikaze Cocktail)


Che il mio amore per il paese del Sol Levante è smisurato, è risaputo. O se non lo sapevate adesso lo sapete pure voi. In principio fu Puccini con la sua meravigliosa e sfortunatissima Madama Butterfly e poi Ryuichi Sakamoto. Il tutto si è poi consolidato e rafforzato la bellezza di 21 anni fa, quando sul nostro cammino, o forse sarebbe meglio dire sulle rotaie del treno Sondrio-Milano, il destino mi ha fatto incontrare una coppia di ragazzi giapponesi. Galeotto quindi, fu questo viaggio da tregenda, dovuto all'interruzione della linea ferroviaria da Colico a Lecco, con relativo percorso sostitutivo in pulman per poi riproseguire con il treno fino a Milano. Un viaggio da ricordare anche per loro, cosi' precisi! Cosi', alla domanda "What's happen?" e alla risposta "follow me"....me li sono trovata accozzati fino alla fine. Non mi sto a dilungare sul come e sul quanto abbiamo "parlato" ma abbiamo socializzato da subito. Non so per quale motivo, cosi' come non so per quale motivo sono salita proprio su quella carrozza, avevo con me un "vocabolario per turisti" in giapponese, che aveva acquistato mio marito durante una tourneè.
Io e Alice, che aveva solo 4 anni, stavamo ritornando a casa da Teglio, ed entrambi erano rimasti affascinati dal suo modo di fare. Mi chiesero se potevano scattarle qualche foto, e lo chiedevano ogni volta. Io ero quasi imbarazzata per tanta educazione e visibilio. Insomma, era una bambina educata che stava seduta al suo posto, nel suo vestitino, con il suo Topolino, niente di che. Cosi', tra cambi vari di mezzi di trasporto, foto e discorsi, siamo arrivati a Milano. Anche se a dirla tutta ma proprio tutta, è stato abbastanza "faticoso" o meglio "impegnativo". Si, perchè Etsuko, lei, parlava un po' l'inglese. Seiji, lui, solo giapponese. Quindi abbiamo fatto il viaggio parlando italiano inglese giapponese in un intreccio di parole, frasi tradotte e risatine. E cercavo la frase da dire, in italiano, con il corrispettivo giapponese, insomma, è stata un'avventura! Cercavano poi un hotel a Milano, e io prontamente, telefonai a mio marito, chiedendogli di cercare un hotel "no more expensive" abbastanza vicino al centro....
Arrivati in Stazione Centrale, ci incontrammo con lui che nel frattempo aveva trovato un hotel "no more expensive" a due passi dal centro, incredibile, e ci salutammo tra ringraziamenti e tanti tanti inchini dopo esserci scambiati gli indirizzi "si sa mai".....
Tutto questo succedeva il mese di agosto.
A dicembre, riceviamo un pacco...dal Giappone...ma noi non conosciamo nessuno...ah noooo...cuore a mille... Etsuko e Seiji!!! Non potevamo credere ai nostri occhi. Nel pacco erano contenuti un sacco di altri pacchetti che era quasi un peccato aprire da tanto erano fatti ad arte. Un Kimono per bambini, un sacco di altre cose tipiche del loro paese, e poi....le fotografie che avevano scattato ad Alice sul treno e la foto ricordo alla Stazione Centrale tutti insieme!
Da quel lontano giorno, ogni anno è stato un susseguirsi di pacchi, lettere, mail, visite loro da noi, e una vista nostra da loro.
Un anno ad agosto, il 15 per giunta, quando i negozi stavano ancora chiusi e la città quasi deserta, e penso il piu' piovoso della storia, ritornando dalla Svizzera si fermarono da noi. Loro due e il papà di lui. Un anziano ma arzillo signore giapponese, magro secco, che sembrava quasi non respirare da tanto era discreto. Ovviamente parlava solo giapponese. Una volta a casa nostra, dopo aver lasciato le scarpe fuori sul pianerottolo e non si discuteva della cosa (loro), tanto da farmi sentire una vunciona, visto che noi non abbiamo questa abitudine, ci siamo seduti a tavola dopo, che Seiji aveva scattato mila mila foto ad Alice, sempre dopo richiesta, al che io ho esordito con un "non chiederlo sempre, fai tutte le foto che vuoi".
Non vi dico le fotografie che ha scattato alle portate che avevo preparato! Soprattutto all'anguria che avevo scavato e inciso col risultato bellissimo ma con le mani poi distrutte! Come era distrutto il mio cervello, perchè la conversazione era che, mio marito che all'epoca sapeva quasi niente di inglese, diceva a me in italiano "chiedi questo...spiega quest'altro...". Io lo traducevo in inglese ad Etsuko, che a sua volta lo traduceva in giapponese a marito e suocero. E poi avveniva al contrario. E lo stesso durante la visita della città. Insomma...mi fumava il cervello!
Quando abbiamo ricambiato la visita abbiamo potuto godere della vera cucina giapponese e della visita di luoghi magnifici. L'educazione e il rispetto del popolo giapponese non ha eguali secondo me.
Cosa che dovrebbe essere la base e la norma del vivere civile, ma chissà come mai non è cosi.
La modernità dei palazzi e grattacieli che convivono con parchi e giardini dove puoi meditare, ammirare la semplicità e il rigore, e sentirti in pace con il mondo intero. Ci andrei anche in questo istante se me lo chiedessero e se ne avessi la possibilità.
Potrei raccontare di altri momenti vissuti insieme a questi splendidi ragazzi, dei regali preziosi (non in senso monetario, ma perchè donati con il cuore e speciali), delle fotografie e lettere, pero' mi fermo qui.

Quindi, per continuare sull'onda dei ricordi, mi sono cimentata in questa preparazione per la sfida Mtc dedicata a "La cucina alcolica" di Giulia, la vincitrice della precedente sfida.
Questa volta bisogna coniugare alcool e cibo. Partire da un cocktail certificato IBA, scomporlo e trasformarlo in un piatto. "Semplice" no??
E anche se ad essere sincera, i fritti non fanno molto parte della nostra alimentazione, mi sono lasciata tentare da questa ricetta che ho trovato in rete. Certo, potevo farla senza "sbirciare" anche perchè esistono molte versioni di pollo fritto, potevo improvvisare, ma volevo che fosse piu' vicina possibile all'originale. C'è scritto che è la migliore ricetta di Tori Karaage, presa dal libro "Cucina giapponese di casa di Harumi Kurihara". Un libro vero che parla della vera cucina giapponese e poco di sushi, scritto da una cuoca “vera” che cucina tutti i giorni per la propria famiglia e che in Giappone è considerata un mito. Mi piacerebbe conoscerla.
E i Giapponesi sono dei maestri nel friggere alcune pietanze. La precisione nella preparazione e presentazione di tutti i loro piatti sono davvero fantastici.
La particolarità di questo pollo fritto è la marinatura classica in salsa di soia, zenzero e aglio, passato poi in fecola di patate e farina, che gli conferiscono una doratura perfetta.
Ma ho osato anche un secondo tipo marinatura, che parte appunto dalla scomposizione del Cocktail Kamikaze, giusto per stare in tema. Che ho scomposto anche nella salsa d'accompagnamento.
Il risultato? Per me fantastico nel sapore. E un tuffo nei ricordi.

Partiamo con la base.....

KAMIKAZE (IBA)
tra parentesi la variante
3 cl Vodka                  (2/4 vodka)
3 cl Triple sec            (1/4 Cointreau)
3 cl Fresh lime juice  (1/4 succo di lime)

Il cocktail Kamikaze è un drink storico. Potremmo osare dire che il Kamikaze cocktail è un Margarita con la vodka al posto della tequila. Ma sarebbe un peccato ridurlo a semplice variante, visto che è uno dei cocktail non solo più famosi, ma anche raffinati e bevibili tra i drink da aperitivo.
Non si conosce bene la nascita di questo cocktail, ma si suppone che, come il Japanese Slipper cocktail, sia nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, a Tokyo, nel bar di una base militare americana, durante l’occupazione del Giappone.

Ingredienti per il pollo Karaage
2 persone

400 grammi di petto di pollo
salsa di soia
50 grammi di zenzero fresco
3 spicchi di aglio
farina
amido di patate
olio di oliva per friggere
shichimi togarashi, se non lo trovate usate il peperoncino

Il giorno prima preparate la marinatura: in una ciotola mettete la salsa di soia e aggiungete l'aglio schiacciato e lo zenzero sminuzzato. Lasciate insaporire la salsa per una notte.
Tagliate il pollo a bocconcini e mettetene metà a marinare nella salsa di soia aromatizzata con aglio e zenzero per almeno mezz’ora.
L'altra metà mettetela a marinare in 5 cl Vodka, 5 cl Cointrau, succo di 1/2 lime

In una padella capiente mettete l’olio preparatevi per friggere. In una ciotola mescolate amido e farina in rapporto di 1 a 2, 100 grammi di amido e 50 di farina.

Scolate il pollo dalla salsa di soia (e dal Kamikaze) e passatelo nella farina e poi friggetelo nell’olio bollente. Rigirate i bocconcini e poi scolateli su carta assorbente quando sono pronti. Spolverizzateli con il peperoncino

Per la salsa
(da preparare anche il giorno precedente)

200 ml di passata di pomodoro
  50 ml di ketchup
1 cucchiaio di paprika
2 spicchi di aglio
1 cipolla gialla
5 cucchiaio di aceto di mele
20 grammi di zucchero di canna
sale e pepe
100 grammi di miele
1/4 di Cointraeu
2/4 di Vodka
1/4 lime succo
3-4 chiodi di garofano
1 cucchiaino di cumino macinato
scorza di 1 arancia biologica, non trattata
1 mazzetto di coriandolo o prezzemolo

Affettate la cipolla e l'aglio e fate stufare per 5 minuti con un cucchiaio di olio extravergine d'oliva. Aggiungete la passata di pomodoro e tutte le spezie, il miele, lo zucchero, la buccia d'arancia grattugiate, l'aceto, i liquori e il lime. Fate cuocere per 30 minuti
Aggiungete il ketchup e il coriandolo, sale e pepe se occorre. Fate cuocere altri 10 minuti. Frullate il tutto e passate in un colino. Fate cuocere altri 5 minuti.
Servitela tiepida o fredda.

con questa ricetta partecipo alla sfida n. 69




giovedì 14 dicembre 2017

L'AVVENTO DEL TRIFLE per l'MTC: My mother in law's Madeira cake


L'attesa del Natale, le feste, le luci, i canti, i regali, l'albero e il presepe e le decorazioni, i buoni propositi, il profumo di biscotti che sanno di cannella e di spezie, che avvolgono la casa e ti accolgono appena entri...ecco....tutto questo dovrebbe riempirmi il cuore di gioia, di sana agitazione, di pianificazione per le feste, di programmi e progetti.
Invece, niente di tutto questo. Quest'anno piu' che mai ho lo spirito del Grinch. Sono circondata dal casino di gente che invade i centri commerciali, i negozi a tutte le ore del giorno e ogni giorno, che fa la spesa come se non ci fosse piu' un domani, che intasa le strade in maniera indecente. Mai come adesso vorrei essere in una baita in alta, anzi altissima montagna, nel silenzio, circondata dalla natura e dai suoi suoni e dal suo respiro.
Non ho nemmeno voglia di preparare l'albero e decorare la casa. Non ho voglia di pensare ai regali, in un mondo dove c'è tutto e troppo. Una volta l'oggetto dei tuoi sogni arrivava solo a Natale e non prima. Ora invece, se lo vedi te lo compri. Non ho voglia nè di fare biscotti, panettoni o pandori. Non ho voglia di pensare a pranzi, a tartine, a canapè, a ravioli e capponi ripieni. Forse, anzi, ne sono convinta, quando in casa non ci sono piu' i figli, svanisce quella magia che faceva apparire magico tutto quanto, in questo periodo. Quando "ricredevi" in Babbo Natale o in Gesu' bambino, e ti sentivi un po' loro, quando di notte ti alzavi sperando di non essere sgamata, quando ingollavi anche senza voglia il bicchiere di latte gelato, il mandarino e il biscotto, lasciandone qualche traccia del passaggio, e te ne tornavi a letto con quel mix sullo stomaco,  che non ti faceva riaddormentare, anche perchè all'albissima sentivi un urlo provenire dalla sala "E' arrivaaatooo guarda cosa mi ha portaaatoooo"....
Ora è tutto maledettamente normale, come se fosse un giorno qualunque, perchè comunque per me è un giorno qualunque. E se hai parenti come ospiti, passi qualche ora del tuo tempo a mangiare, a ricordare, ad aprire eventuali regali o "pensierini" e una volta fuori tutti, vorresti una bacchetta magica che riassetti tutto quanto. E per la serie hai spignattato per ore e hanno mangiato in un nanosecondo...ti ritrovi esausta spalmata sul divano....
Forse, l'unica cosa che "mi salva" da questa "nonvogliadifarefesta" sono i concerti con il coro, che ovviamente, visto il periodo, canta le carole di Natale. Un briciolo di bontà e di emozione, quando canto almeno le sento, quindi mi salvo un pochettino. Anche se cantare di fronte a quei vecchietti, alcuni quasi inconsapevoli di essere li, chi seduto sulla carrozzina, chi si dondola, chi piange, chi ti guarda con lo sguardo vacuo, chi ti fa un timido sorriso, chi ti applaude contenta come un bambino, chi vuole andare via "non mi piacciono queste canzoni qui", chi pronuncia nomi a me sconosciuti, chi chiama la mamma.....non è che ti aiuti tanto a risollevare il morale già vacillante.Ma per il resto....
Saranno tutte le menate e le notizie che proprio non ti aiutano ad essere contenta che mi rendono cosi' "Grinciosa"...ma poi ogni tanto risali a galla, ti sforzi di starci per un po', per poi ripiombare da dove sei venuta.
Un po' sdoppiata insomma....

E il salvagente, oltre al coro, è stato un trifle da scegliere tra una vasta gamma da riproporre per il Club del 27, che eccezionalmente anticipa la sua uscita al giorno 14....
Tra tutti quelli proposti, ho scelto questo, (by Nigella Lawson – da How to be a domestic godess) non per tributare la suocera, ma perchè era il piu' semplice, veloce, e piu' "indolore" da fare. Mi sono sforzata, e ho fatto tutto nell'unico giorno nel quale avevo un po' piu' tempo ed ero meno "grinciosa" del solito...evviva la sincerità!
Fatto, tagliato, imbibito e assemblato. E nonostante fosse stato creato in modalità Grinch, a dispetto che se non cucini con amore, emozione e passione non ti viene un bel niente....è piaciuto moltissimo e me lo hanno richiesto per altre occasioni. Ecco, a posto sono!!

Ingredienti
Stampo rettangolare da plum cake 25 x 10 x 6 ben imburrato e infarinato
Ingredienti (dose per 8-10 fette)
200 g di burro ammorbidito
200 g di zucchero più altro da spolverare sopra
1 bicchierino di Whisky Talisker invecchiato 10 anni
(la ricetta originale prevede il succo e buccia grattugiata di un limone)
3 uova grandi (circa 200 g pesate con il guscio)
300 g di farina 00
1 bustina di lievito per dolci
(la ricetta originale prevede  250 g di farina auto lievitante e 50 g di farina 00)

per la crema pasticcera
4 uova
100 gr di zucchero
  40 gr farina
500 ml di latte

Marron glacè
frutta secca mista (noci, nocciole, mandorle)
cacao amaro
caffè

Esecuzione
Accendete il forno a 170 gradi
Battete burro e zucchero fino ad avere un composto spumoso
Aggiungete il bicchierino di Whisky
Aggiungete le uova una per volta insieme a qualche cucchiaio di farina 00 alla quale è stato aggiunto il lievito, facendo assorbire bene prima di aggiungere il successivo
Aggiungete delicatamente tutto il resto della farina e infine il bicchierino di Whisky, battete bene fino ad avere un composto uniforme
Versate nello stampo, battete per togliere eventuali bolle di aria e spolverate la superficie con due
cucchiai di zucchero
Infornate a 170 gradi per circa un’ora, finché lo stecchino uscirà asciutto.
Fate raffreddare prima di sformare.


Mentre il dolce è in forno, preparate la crema pasticcera
Montate i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungete pian piano la farina setacciata. Quando è tutto ben amalgamato aggiungete a filo il latte tiepido mescolando con le fruste e portate a bollore, fino a quando si sarà addensata.
Lasciate raffreddare.

Tagliate i marron glacè a pezzetti, sgusciate la frutta secca e tagliatela a coltello grossolanamente
Preparate il caffè (4/6 tazzine) e lasciatelo raffreddare. Aggiungete un bicchiere di whisky e mescolate.

Assemblate il dolce nelle coppe, bicchieri o contenitori scelti.

con i marron glacè:
Tagliate il dolce a fette non troppo sottili, imbibitele velocemente nel liquido preparato e adagiatelo nel fondo della coppa. Aggiungete la crema pasticcera e qualche marron glacè. Continuate cosi alternando gli ingredienti fino al colmo della coppa.

con la frutta secca:
procedete come per quello sopra descritto, aggiungendo invece la frutta secca

con la frutta secca e cacao amaro:
procedete come per quello sopra descritto, spolverizzando il cacao amaro tra uno strato e l'altro.
(in alternativa potete aggiungere il cioccolato amaro alla crema pasticcera in fase di cottura ottenendo cosi la crema pasticcera al cioccolato)


questa ricetta è per


lunedì 27 novembre 2017

Il pane dolce dello Shabbat per Michael, Micol ed Eleonora


Vi chiederete il perché di quel " ciao Michael" e chi sono anche Micol ed Eleonora. E' una storia lunga o forse anche no. Dipende dalla piega che prenderà questo post, scritto di getto e nemmeno riletto, d'istinto e seguendo le emozioni. Michael, Micol ed Eleonora, sono tre persone che si sono incontrate sulla strada della vita. hanno vissuto emozioni, momenti tristi, difficili e momenti fantastici. Sono persone speciali l'una per l'altra, che sono entrate a far parte anche nella community Mtc. 
Eleonora già presente con il suo blog Burro e miele trasformato poi a quattro mani con l'arrivo di Michael. Abbiamo accolto questo professore, di bellissimo aspetto, con un sorriso speciale, che ha fatto esclamare a tutte le donne della community un "ahhhh ppppero'!!", prima con un po' di timore e titubanza, e poi, una volta rotto il ghiaccio, con la nostra prorompente e contagiosa dose di "sana follia", abbiamo imparato a conoscerci un po' meglio, a farci insieme quattro risate o a parlare di argomenti seri, legati all' alimentazione. Tutto è filato liscio, come in una bella favola. Ma anche nelle belle favole arriva sempre il cattivo di turno.
La community, quando meno se l'aspettava, è stata scossa da questo fulmine a ciel sereno. Le condizioni di salute di Michael, il professore, il Doc, come lo chiamavamo, colui che guardavo con una dose di rispetto e simpatia, che pensavo fosse indistruttibile, che fosse impossibile che si ammalasse....ecco, è stato ricoverato in ospedale. 
In un attimo, grazie alla tecnologia, c'è stato un susseguirsi di notizie e aggiornamenti.
Ci siamo strette virtualmente tutte intorno a Micol, la moglie e a Eleonora, la figlia. Chi pregando, chi lanciando pensieri positivi, chi alla sua maniera insomma. Abbiamo postato pensieri, canzoni, dediche. La prima cosa che facevo al mattino, al risveglio, andavo a curiosare sulla pagina fb, con le gambe che tremavano e lo stomaco stretto stretto, gli aggiornamenti. Già al mattino presto, complice il fuso orario e il filo che legava e lega la famiglia del Doc, con Alessandra, la "mamma" dell'Mtc, si veniva informati quasi in tempo reale. Il Doc, quando si sarebbe ripreso, avrebbe passato giorni e giorni a leggere tutte le nostre dediche. Poi il 6 novembre, un piccolo miracolo, una piccola ripresa. Il suo amico e collega Yanai Ben Gal ci esortava a continuare cosi, pur non sapendo o non capendo bene che cosa in realtà stessimo facendo, ma la nostra unione e il filo conduttore che animava tutta la community per il mondo, stava portando i suoi frutti. Tutti abbiamo tirato un piccolo sospiro di sollievo. Non dovevamo demordere. La tensione e l'unione erano palpabili tanto erano intense. La sinergia che si è creata tra di noi era ed è forte, perchè non siamo solo virtuali, perchè con l'andare del tempo e in qualche occasione ci siamo conosciute di persona. Quindi sappiamo e sapevamo il potenziale che potevamo sprigionare.

Poi, un giorno, riceviamo la notizia che il Doc doveva subire un lungo e delicato intervento e che servivano tutte le preghiere e pensieri possibili e immaginabili. Come per la prima volta. Allora ecco che ci siamo riunite ancora virtualmente. Con maggiore intensità. Con maggiore ansia. Sempre con la speranza che passata questa tempesta, ci saremmo fatti tutti quanti una bella e sana risata liberatoria e un "te possino, che spavento ci hai fatto prendere Doc, non farlo mai piu'"....

Ma la mattina del 13 novembre, quando ho letto "Il nostro dottore non c'è piu'......." si è fermato tutto.
Continuavo a leggere "Il nostro dottore non c'è piu'...il nostro dottore non c'è piu'"....e non riuscivo ad andare avanti. A cosa serviva sapere il perchè? Purtroppo, le preghiere e i pensieri non sono bastati. 
La sana e bella risata liberatoria ha lasciato spazio allo sconforto, alla tristezza, all'incredulità, alle lacrime. Come era possibile? Ho preso questo come una specie di "tradimento". I nostri pensieri e preghiere, non sono stati sufficientemente forti da sfidare un destino già scritto. 

Inutile dire che la sfida mensile che anima la community, è stata sospesa. E' vero che "the show must go on", ma in una community come questa...chi aveva voglia di lanciarsi nella sfida?
Si sono susseguiti pensieri, ricordi, frasi, canzoni che mi hanno immagonito e intristito. Perchè sono venute a galla le mie di "ferite". Perchè non è mai giusto perdere una persona cara cosi' a "tradimento", quando hai ancora "bisogno" di lei, stai condividendo con lei una parte importante della tua vita, quando vuoi capire e sapere ancora tante cose. Ma cosi' è stato. E non si puo' fare niente se non stringerci in un abbraccio corale e virtuale verso chi è rimasto.
Anche le parole del professor Yanai, che ha assistito all'intervento, e immagino la disperazione che ha provato in quel momento, mi hanno commosso: "E' ora che io lasci questo fantastico gruppo. Non senza ringraziarvi per tutti i pensieri e i segni di apprezzamento che ho ricevuto in questi giorni. Allora, addio persone adorabili, grazie ancora, per tutto il vostro sostegno. Avrei voluto fare di piu'"
Non so se si poteva fare di piu' di cosi'. So solo che come tutti i lutti che vanno elaborati, digeriti, accettati, ci vuole del tempo. Molto tempo. Anche se so che non è cosi'. E' un taglio profondo che si apre nel cuore ed è una ferita che non si rimarginerà mai, perchè quel cuore pulsa sempre, è sempre vivo e non permette la cicatrizzazione. Forse si attenua un pochino. Ma forse.

Che dire ancora, che non appaia stupido, scontato, inutile...non dico forza, vedrete che passerà, fatevi coraggio ecc....se c'è bisogno di piangere, incazzarsi, urlare di rabbia, riappacificarsi con i ricordi o altre emozioni che raffiorano pian piano o dirompenti, fatelo, carissime Micol ed Eleonora. 
Ora Michael, il Doc, sarà sempre presente in ogni luogo dove voi sarete. (e che cavolo pero', era piu' logico e meglio fosse presente anche lui!!). Il Doc che prima andava da New Dely a Tel Aviv con la stessa facilità e frequenza di come io prendo la metropolitana per girare in città.....il Doc che non ho mai voluto "disturbare" piu' di tanto con le mie domande che potevano sembrare semplicistiche e inopportune, quindi messe da parte, lasciando magari piu' spazio al tempo che verrà....ecco, anche qui ho sbagliato i tempi e mi pento di non aver osato di piu'....hai ragione Ele, ora New Dely non sarà piu' la stessa.

E come ha detto lui, sarà in alto a sinistra.....sarà li a vegliare su di voi, ad accompagnarvi anche nelle decisioni piu' difficili o leggere, in un tramonto, un arcobaleno, in una lacrima e in un sorriso. in un'altra dimensione, che solo voi sentirete cosi' presente e palpabile, perchè lo avete amato fino all'ultimo respiro.

Ecco il perchè di questa ricetta dedicata. Che non avrei mai voluto dedicare. Un omaggio da parte mia e di tutte noi, che a nostro modo abbiamo voluto ricordare il Doc. Chi ha avuto la fortuna di averlo conosciuto di persona, chi solo virtualmente, ma che comunque ha lasciato un bel ricordo di lui in Mtc. 
Già avevo preparato questo Pane dolce del sabato, con un altro ripieno, dedicandolo ad Ele, con altre motivazioni. 
Questo invece, l'ho preparato col magone. Perchè ha un altro significato. Perchè...perchè non è giusto, perchè non doveva finire cosi....

Ingredienti
per due trecce ripiene:
500 gr di farina 0
2 uova grandi medie (circa 60-62 gr con il guscio)
100 gr di zucchero
20 gr di lievito di birra 
125 ml di acqua tiepida
125 ml di olio extra vergine d'oliva
10 gr di sale
100 gr di uva passa 
un tuorlo d'uovo
un cucchiaio di acqua
semi di sesamo e papavero

Esecuzione
Prima di tutto e importantissimo, setacciare la farina.
Sciogliere il lievito nell'acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma. Mischiare la farina, il sale e lo zucchero e versarci il lievito e cominciare ad impastare, versare poi l'olio e per ultimo le uova, uno ad uno, fino alla loro incorporazione. Lavorare fino a che l'impasto si stacchi perfettamente dalla ciotola, lasciandola pulita.
Lasciar lievitare per almeno due ore, dopodichè, sgonfiare l'impasto e tagliarlo in due parti uguali. Tagliare poi ognuna delle parti in tre.
Stendere su un piano infarinato ognuna delle parti lunghe circa 35 centimetri e larghe 15. Spargere l'uva passa sulle tre parti.
Arrotolarle poi sulla lunghezza, in modo da ottenere tre lungi "salsicciotti".
Unirli da un capo e cominciare ad intrecciare
Ripetere l'operazione per la seconda treccia. Adagiare le trecce su una placca da forno unta di olio. Lasciare lievitare ancora due ore.
Sbattere il tuorlo d'uovo con un cucchiaio di acqua e spennellarlo sulla superficie; spolverare di semi di sesamo o papavero.
Infornare in forno già caldo e statico a 200°C per circa 15-20 minuti.




.....e per concludere, questa ultima foto. Quella che preferisco. Che ritrae le mani del Doc e Micol che in diversi momenti della loro vita, hanno condiviso con noi sui social.
Mani che hanno inpastato (Challah) insieme ad Ele, che hanno amato, che hanno suonato, che hanno accarezzato e consolato, che hanno dato forza, che hanno compiuto miracoli...Mani che non faranno piu' niente di tutto cio'. Ma che chi le ha strette le porterà sempre nel proprio cuore.

Un abbraccio gigante che non sapete quanto, carissime Micol ed Eleonora. 

Bennato, nella sua canzone L'Isola che non c'è dice....Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino.Poi la strada la trovi da te,Porta all'isola che non c'è.....
Dal 13 novembre, guarderemo con occhi diversi in alto a sinistra pero', perchè l'hai indicato tu, a Lolo, che ha detto:
- No, mamma, ti sbagli. Gli animali muoiono, ma le persone no. Le persone rimangono, basta       guardare in alto a sinistra per trovarle.
- Lolo, ma dove l'hai sentita questa?
- Me l'ha detto lui, quindi è vero. 
e che magari sei già su quell'isola che non c'è....mannaggia Doc...e le volte che mangero' o faro' del fritto, mi verranno in mente le tue parole...."il fritto fa bene"......

"ciao Michael" 


domenica 19 novembre 2017

Festa de Lo pan ner a Introd, Valle d'Aosta



La mia avventura inizia dal bellissimo B&B Le renard d'Introd, un gioiello immerso nel verde di prati e boschi, a 850 mt di altitudine, dove regna una pace che ti ristora e ti riappacifica col mondo intero, tanto che non vorresti piu' andare via da li per davvero. 
Nella parte privata dell'abitazione, arredata con un gusto raffinato ma senza eccessi, spicca un pianoforte mezza coda con appoggiati spartiti di ogni genere. Per ovvi motivi mi piace ancora di piu'!
I gestori, Alessandro e Andrea, mi mettono subito a mio agio, con la loro gentilezza e senso di ospitalità e mi servono una colazione stupenda, tutta preparata in casa dalle sapienti mani di Andrea, persino lo yogurt! Il tutto con il sottofondo delicato di musica jazz, e una splendida vista sulla valle.

Starei qui tutta la giornata, ma il dovere chiama. Eh si, perchè non sono in vacanza, ma sono qui per assistere ad un evento molto importante, la Festa de Lo Pan ner, ovvero Festa del pane nero, che si è tenuta nelle giornate 14 e 15 ottobre in Valle d'Aosta, Lombardia e Svizzera, durante le quali più di 50 comuni hanno riacceso i propri forni comuni per cuocere le tradizionali pagnotte di pane nero delle Alpi . AIFB (Associazione Italian Food Blogger), partner di questa iniziativa con la Regione autonoma della Valle d’Aosta, ha inviato 7 soci: io, CamillaTizianaElisabettaMonicaMaria Teresa e Cinzia, del Direttivo Aifb, che ha organizzato tutto quanto, per un blog tour nei vari paesi della regione che hanno partecipato alla festa del pane nero, nella giornata di sabato 14. E io sono stata "adottata" per l'occasione, dai simpatici "panificatori" di Introd. Persone comuni, che hanno altre attività, ma che per l'occasione si ritrovano a panificare questi splendidi pani con un entusiasmo e un' allegria contagiose!
Sono le 8 di mattina e mi incammino su per la salita verso il forno. L'aria è fresca ma piacevole.
Una volta arrivata vengo accolta da tutta la "banda del forno": Daniel, Roberto, Franco, Andrea, Marzia, Mathieu e Claudia che tra di loro parlano in Patois. Qualcosa ci capisco, ma molto poco. Pero' è bellissimo sentirli parlare tra di loro in quella lingua, con una cadenza quasi musicale. 
Lungo la strada e in prossimità del forno, ci sono palloncini e locandine che richiamano l'attenzione dei passanti. Ma come potro' constatare durante la giornata, le persone conoscono da anni questa manifestazione, e acquistano ad occhi chiusi senza chiedere piu' di tanto in proposito. Anzi, si fermano a parlare con i volontari del forno del piu' e del meno. Invece, le persone che passano di li per caso, e si distinguono perchè hanno la macchina fotografica al collo, chiedono persino di vedere come si fa il pane, e allora vengono invitati a entrare e ad assistere brevemente alla lavorazione.



Daniel è l'addetto al fuoco, che prepara con grande cura, perchè alla base di tutto c'è anche la giusta temperatura del forno.
Comincia a preparare la legna che non deve essere resinosa ma asciutta. Prepara un intreccio di ceppi all'imboccatura del forno, che spinge poi dentro con due lunghi pali e attizza il fuoco. E controlla che abbia preso con grande attenzione.

E mentre il fuoco arde, cominciamo a impastare gli ingredienti per formare le pagnotte.
Le dosi per preparare in casa il pane nero, della ricetta tipica valdostana sono:
Farina di segale integrale g 550
Farina di grano tenero tipo 0 g 250
Farina di grano tenero integrale g 200
Acqua g 620/650
Sale g 20
Lievito di birra g 20 *
*(in alternativa, lievito madre in quantità appropriata)
Ovviamente in questa giornata le dosi sono state aumentate....50 kg di farina, 5 kg farina di segale, 28 l di acqua.....

Si comincia col scaldare l'acqua sulla classica stufa a legna,a pesare gli ingredienti , a sciogliere il lievito.

Si mette tutto quanto nell'impastatore e si copre con un lenzuolo e una coperta di lana. Trascorsa quasi un'ora, si fa la "prova fiammifero". Si fa un buco nell'impasto e si accende un fiammifero. Se si spegne vuol dire che ci sono ancora i gas presenti nell'impasto. Se invece rimane acceso, vuol dire che l'impasto è pronto per essere lavorato. Vengono staccati grossolanamente dei pezzi, che prenderanno poi la forma di pagnotta, e si lasciano riposare sotto lenzuolo e coperta di lana.


Intanto il fuoco arde che è una meraviglia, scaldando tutta la volta del forno, che se diventa bianca, vuol dire che ha raggiunto la giusta temperatura.


Si riprendono i pezzi che avevano riposato sotto la coperta, si pesano, e si comincia a formare la pagnotta. L'impasto "grezzo" prende una forma piu' liscia e d armoniosa. Il profumo che si sente è fantastico.


Man mano che le pagnotte sono formate, si adagiano su tavole ricoperte da lenzuola e coperta di lana, sotto la quale riposano ancora fino alla lievitazione. Trascorso il tempo, vengono riprese poche alla volta e viene praticato un taglio, in questo caso a forma di spiga. 
Siccome una volta il forno del paese serviva a infornare il pane dei diversi nuclei familiari, ognuno aveva un suo simbolo o segno di riconoscimento, Quindi possiamo trovare pani con diversi tagli.
Anche qui ci vuole maestria, che si acquisisce col tempo. Il taglio deve essere della giusta profondità. Se si incide troppo si aprirebbe la pagnotta, Se si incide poco, non si cuocerebbe in maniera uniforme.

Si procede poi a dare forma anche ai galletti che vengono regalati ai bambini. Uvetta sultanina per fare l'occhio, ed è pronto per essere infornato.
Questa forma, che si trova sui campanili delle chiese e sui tetti delle case, è per ricordare l'influenza francese, che ha come simbolo appunto il gallo.

Mentre i pani prendevano forma e messi a lievitare, Daniel, si occupava della brace. Anche questo è un momento importante e fondamentale per la buona riuscita della cottura. 
Viene fatta cadere la cenere in una fessura all'imboccatura del forno, che viene poi prelevata in fondo da uno sportellino, facendo attenzione a rimuoverla completamente.

Una volta svuotato, l'interno viene lavato con uno straccio per rimuovere ogni risiduo. Ecco perchè c'è sempre un lavatoio di fianco al forno!
Una volta lavato tutto, si chiude immediatamente lo sportello, per evitare che si raffreddi l'interno.

Le pagnotte man mano vengono intagliate, adagiate su una lunga tavola e portate fuori per essere infornate. Anche qui il gioco di squadra è importante. Con gesti ormai consolidati nel tempo, le pagnotte, una alla volta, vengono adagiate sulla pala e inserite nel forno iniziando dal lato sinistro e a semicerchio per essere sicuri che tutte abbiano lo stesso grado di calore. Niente è approssimativo e lasciato al caso!

Mentre i pani cuociono, si rientra nel forno, perchè non è mica finita qui! Si devono preparare i pani dolci! E intanto curioso un po' in giro....
Questa è la madia dove una volta si impastavano gli ingredienti per fare il pane. La fatica era ben diversa in confronto a quella che si fa ai giorni nostri, grazie all'aiuto di grandi impastatori. Il risultato è uguale, ma forse toglie un po' di magia, poesia, esperienza....come per tutti gli impasti fatti a mano, l'impasto prende forma sotto le proprie mani, e solo la sapienza e l'esperienza fanno dire e sanno capire quando è pronto.

La scritta in Patois:
"Sensa pan e menti fei pa bon voyatze, lo bon pan làt lo flo de la chau
La farenna di dzallo feit pa de bon pan. Lo pan di mètre l'at sat croute"
dovrebbe significare, come mi ha tradotto Floriano, il collega trombonista valdotain di mio marito:
"Senza pane e mantello non si fa buon viaggio. Il buon pane ha il profumo della cenere.
La farina del diavolo non fa del buon pane, il pane dei maestri ha una crosta particolare"



Burro e latte vengono scaldati e mescolati. Di solito è un'operazione che si fa con le mani, ma visto che è un po' troppo caldo...viene mescolato con una banalissima pala. Anche qui le quantità di burro, latte, uvette e fichi secchi fanno "rabbrividire" per la dose....
I fichi vengono tagliati a pezzetti, mescolati insiene all'uvetta sultanina e aggiunti all'impasto.
Il procedimento è uguale a quello del precedente impasto, con le stesse fasi di lievitazione, formazione pani, riposo sotto la coperta e formazione pagnotte, alla quale partecipo pure io!


Mentre le pagnotte dolci riposano sulle tavole e sotto la coperta, andiamo a togliere il pane dal forno. Per capire se è cotto, viene tamburellato il fondo. Se fa un bel suono, che si capisce anche qua con l'esperienza, si toglie e si adagia su una grande tavola di legno. Anche il galletto è pronto!!
Mentre fuori dal forno si toglievano i pani, all'interno si procedeva a fare i tagli su quelli dolci, adagiarli sulla tavola di legno e portati fuori per la cottura.
Mentre aspettiamo la cottura dei pani dolci, vendiamo i pani preparati precedentemente, che sono ancora caldi, beviamo vino da una tazza sbeccata, che ci passiamo con allegria l'uno all'altro. Non c'è tempo per fare gli schizzinosi! E' un momento conviviale unico. Ci fermiamo un attimo perchè sta passando una mandria di mucche che stanno scendendo dalla malga per ritornare alla stalla, dopo la lunga stagione estiva. Il suono dei campanacci e l'invasione della strada sono un momento quasi magico. Adulti e bambini si fermano con gli occhi spalancati.
I pani dolci sono pronti! IL profumo che si sente nell'aria è qualcosa di indescrivibile.

E ora che i pani sono stati cotti e venduti quasi tutti, possiamo pensare a mangiare. Ci sediamo alla tavola di legno dove fino a poco prima avevano lievitato i pani. E mangiamo formaggi, salumi,torte salate, verdure sott'olio e bevuto ottimo vino.
La "banda del forno piu' scalchignato della valle", cosi' l'ha soprannominato spiritosamente Claudia, si scusava per il pranzo rustico e parco, che non erano riusciti a preparare altro...ma li ho rassicurati dicendo che era stupendo condividere questi attimi cosi' naturali e spontanei, condividendo prodotti genuini, preparati in casa, semplicemente fantastici.

Ora che siamo sazi e che i pani sono stati quasi tutti venduti, ci mettiamo in posa per la tradizionale foto di gruppo, che servirà come foto ufficiale per la giornata che si svolgerà il giorno seguente ad Aosta.

La giornata sta quasi volgendo al termine. Ci trasferiamo tutti giu' alla piazza di fronte alla Maison Bruile, dove vengono venduti i pochissimi pani rimasti, sorseggiando succo di mele e vino caldo speziato leggermente dolce, accompagnato da tozzetti di pane secco, che vengono ammorbiditi dal vino, chiamato Seuppa de l'âno, cioè zuppa dell'asino, forse perché se ne mangi/ bevi una scodella scopri la vicinanza tra l'uomo e l'animale! 

Insieme a Daniel andiamo a visitare il Museo Etnografico Maison Bruil- Maison de l'alimentation uno dei piu' importanti esempi di architettura rurale del Gran Paradiso. Tutti gli spazi necessari all'uomo e agli animali erano raggruppati in spazi ben definiti, sotto lo stesso tetto. Si trovano "la crotta" cioè la ghiacciaia naturale, lo spazio per l'essicazione, la cantina, il solaio, insomma, merita davvero una visita per capire come vivevano e conservavano tutto cio' che coltivavano e producevano, i contadini che abitavano questi luoghi.

Finchè c'è luce, mi addentro tra i vicoli di Introd. Un paese veramente pittoresco. Il suo nome deriva da Interaquas, in francese Entre eaux, per la sua posizione tra la valle di Rhémes e Valsavarenche, che fanno parte del Parco del Gran Paradiso. Da visitare sicuramente Maison Bruil, il Castello del 1260. passare sul ponte alto piu' di 80 mt costruito durante la Prima Guerra Mondiale. Questi luoghi sono famosi anche perchè in località Les Combes, una piccola frazione, Papa Giovanni Paolo II trascorreva le sue vacanze estive.

Un bellissimo tramonto mi fa capire che la giornata è giunta al termine. E' stata una giornata piena di emozioni, novità, scandita da momenti di attesa, gesti, parole, risate.
Una giornata fuori dal comune. Perchè ormai siamo abituati quasi tutti a comperare il pane nella grande distribuzione. A volte in eccesso, E tante volte lo si butta con leggerezza. Un gesto che dovrebbe far pensare. Dietro alla lavorazione del pane c'è una ritualità, un lavoro e una tradizione, che non si devono perdere assolutamente. Una volta i forni dei paesi erano un grande momento di aggregazione. Le famiglie si riunivano e panificavano per tutto l'anno. Dovremmo portare tutti piu' rispetto per questo alimento che accompagna le nostre pietanze e che ha una storia veramente antica. Un paio di anni fa ho fatto una ricerca sui forni tradizionali, i pani delle feste e tutte le tradizioni che ruotano intorno al pane. Trovate il mio articolo qui: Pani tradizionali delle Valli di Lanzo

Il giorno successivo, dopo un'altra fantastica colazione B&B, salutati Alessandro e Andrea, mi dirigo verso Aosta dove incontro le altre socie, (foto "rubata" a Monica) in piazza Chanoux, dove prosegue la festa. Abbiamo allestito lo stand dove pubblicizziamo le ricette preparate appositamente per l’occasione, partecipando ad un contest indetto dal comitato organizzatore, in collaborazione con la Regione Autonoma. Tutte le ricette prevedono il pane di segale come ingrediente principale della preparazione.



La giornata è davvero terminata. Si ritorna a casa con un sacchetto pieno di pane nero e dolce, formaggio, lardo....con il ricordo dei giorni passati tra montagne e gente stupende, che ci hanno dato l'occasione e l'onore di partecipare ad una festa cosi' unica e ricca di tradizione.

E poi, tra le altre cose, parlando con un signore, che ha un B&B proprio di fronte al forno, ho scoperto che era il marito di una ex violoncellista, sorella di una violinista che conoscevo da ragazza ma che avevo perso di vista. E conoscevo il loro papà, violinista dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Milano, quando ancora esisteva questa realtà. Mi ha mostrato l'album delle fotografie che lo ritraevano e mi sono davvero emozionata. E una volta arrivata a casa l'ho ricontattata. Bè, è stato un momento emozionante pure questo.
Questo viaggio mi ha portato tante cose, che terro' per sempre nel mio cuore. Quindi, davvero grazie a tutti quanti.